sabato 11 dicembre 2021

I libri di cui preferisco (non) parlare

Sono stata sollecitata, da chi aveva letto il mio pezzo sul mastrocolismo, a intervenire sul libro uscito di recente per La Nave di Teseo, firmato dalla coppia Paola Mastrocola e Luca Ricolfi. Ho letto il libro ma non ho trovato argomenti nuovi rispetto a quelli che mi ero già impegnata a decostruire (nuovi sono i dati, che però sono sempre "presi", nel senso che si sceglie quali presentare e come presentarli in funzione delle tesi da dimostrare). Ritrovo anzi argomenti pretestuosi, come la difesa dell'analisi (il)logica eretta a baluardo contro il degrado culturale. Sono nel frattempo uscite ottime e documentate recensioni - come quella di Vincenzo Sorella per doppio zero o quella di Gianluca Argentin e Orazio Giancola per l'Indice - che renderebbero inutili commenti dettagliati sui limiti del libro che una prelettura avrebbe potuto segnalare all'incauto (o studiatamente cinico) editore. 

Ho deciso perciò di parlare di un altro libro, recentemente uscito in Francia, che tratta il tema della disuguaglianza da tutt'altro punto di vista. Scientificamente molto più convincente e politicamente illuminante perché capace di trasformare lo sguardo. 

Si intitola Enfances de classe. De l'inegalité parmi les enfants ed è un monumentale lavoro collettivo (oltre 1200 pagine) diretto da Bernard Lahire, il sociologo che ha raccolto in Francia l'eredità di Pierre Bourdieu.   




Mi piace parlarne anche perché dubito che verrà tradotto in italiano (non è successo per il precedente libro di Lahire, La culture des individus. Dissonances culturelles et distinction de soi, del 2004, ideale continuazione del volume La distinzione di Pierre Bourdieu). E temo che una simile ricerca non vedrà mai la luce in Italia: frutto del lavoro di un'équipe interdisciplinare di 17 ricercatori, condotta nel corso di quattro anni nelle scuole materne di diverse località francesi grazie a un cospicuo finanziamento statale. 

Mentre la formula che ha guidato i nostri Mastrocola e Ricolfi è "se il figlio dell'idraulico non arriva a fare il notaio forse è perché ha fatto una scuola che non lo ha preparato", il punto di partenza della ricerca francese è la constatazione che  "i bambini vivono nello stesso momento nella stessa società, ma non nello stesso mondo". 

Nella società francese le disuguaglianze, a lungo ammantate dietro il vessillo dell'identità nazionale da difendere in tempi di crisi migratorie e attacchi terroristici, sono state portate alla ribalta dal movimento dei Gilets jaunes. Benché denunciate nel discorso pubblico e misurate dagli istituti statistici, rimangono inesplorate nei loro effetti sulla vita quotidiana delle persone "dal punto di vista di ciò che è accessibile agli uni e inaccessibile agli altri, possibile in misura quasi illimitata per taluni e completamente impossibile se non impensabile per altri" (p. 12).  

L'obiettivo della ricerca francese è stato appunto quello di mostrare le disuguaglianze sociali mettendoci sotto gli occhi le differenze concrete tra gli stili di vita di 35 bambini appartenenti a classi sociali diverse, osservati nel momento della prima socializzazione, prima dell'ingresso nella scuola primaria. Perché è in questi anni che si gioca la formazione di quelle competenze e di quegli atteggiamenti (modi di sentire, pensare, giudicare, parlare, comportarsi) che pongono basi durature per la futura riuscita (o per la sconfitta) scolastica e professionale. 

Se gli studi sociologici sull'infanzia degli ultimi decenni hanno sottolineato la agency (agentività) dei bambini, cioè la loro capacità di agire indipendentemente dalle strutture sociali in cui sono inseriti, in questo studio i bambini vengono ricollocati nei contesti familiari dai quali rimangono fortemente dipendenti e da cui sono condizionati in ragione delle diverse risorse economiche, culturali, sanitarie, linguistiche degli adulti di riferimento. Ci si allontana insomma da una visione della prima educazione come sequenza di apprendimenti universali (della motricità, del linguaggio ecc.) estranei agli effetti delle differenze sociali per indagare l'impatto del diverso capitale economico e culturale dei genitori sul percorso scolastico dei figli. Senza per questo sfociare in un determinismo che vedrebbe ciascuno ancorato al proprio destino familiare. 

Come negare del resto l'influenza che il quartiere in cui si abita, le scuole che si frequentano, gli sport che si possono praticare, gli amici che ci si può fare, lo spazio che si ha a disposizione in casa, il tipo di alimentazione e di cure sanitarie cui si ha accesso abbiano conseguenze decisive sui più piccoli? La crisi sanitaria ha mostrato con forza ed evidenza a ogni insegnante quanto pesino queste differenze.

Certo, la scuola mantiene un ruolo importante nel contrasto delle disuguaglianze: ruolo che ha conquistato nel corso del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, nel quale - come ricorda Lahire - si è passati da una riproduzione delle disuguaglianze a base familiare (si diventava operai se figli di operai) a una determinazione scolastica dei destini professionali (si diventa operai per debolezza del percorso formativo, abbandono scolastico, bocciatura agli esami). Ma dopo aver letto i toccanti "ritratti sociologici" di bambini che il libro ci offre, si esce persuasi della tesi che si intende dimostrare: il peso dei meccanismi strutturali e storicamente durevoli di produzione delle disuguaglianze e la precocità con cui in agiscono nel destino delle persone. E non in senso astratto, ma nelle piccole cose che fanno la quotidianità infantile, a partire dagli scambi linguistici. 

Sono rimasta molto colpita dai ritratti "sociolinguistici" dei bambini (da Libertad, Ashan, Balkis, fino a Maxence, Anais, Mathilde: già i nomi parlano per loro) realizzati grazie a interviste strutturate e piccoli "esercizi" (prove di elicitazione di immagini, statiche e in movimento) volti a indagare l'estensione del vocabolario dei bambini, la padronanza della sintassi e la capacità di esplicitare in forma narrativa sequenze di eventi.  Ne emergono "pratiche linguistiche più o meno conformi alle attese scolastiche" (per esempio nell'attenzione alla pronuncia corretta, nella capacità di spiegare e raccontare o di giocare con le parole), "un rapporto con la cultura scritta più o meno avanzato" (legato alla maggiore o minore esposizione alla lettura di storie), "l'apprendimento più o meno precoce di lingue straniere, in particolare dell'inglese" (p. 56). Insieme con diverse attitudini: "maggiore o minore fiducia in sé, tendenza più o meno marcata ad atteggiamenti ascetici o viceversa combattivi, competitivi o obbedienti" (p. 57). 

In fondo, anche Mastrocola e Ricolfi nel loro libro ci consegnano un paio di autoritratti sociologici dell'infanzia, sia pure datati al secolo scorso e agli anni precedenti la scolarizzazione di massa. Così la piccola Mastrocola potrebbe riconoscersi nella ragazza di classe popolare che, pur disponendo di un minore capitale culturale rispetto al futuro marito, "può approfittare di un certo numero di qualità, come la disposizione alla docilità, alla calma, all'agire accurato che la rendono più adatta all'ambiente scolastico" (p. 61).  Capirebbe inoltre di essere cresciuta in un periodo storico in cui gli studi umanistici non solo erano incoraggiati per le donne, ma erano considerati socialmente più desiderabili di quanto non lo siano nei nostri tempi, dopo che le sfide scolastiche e culturali - anche in un paese ancorato alla cultura classica come il nostro - si sono spostate verso il polo scientifico (le STEM). 

Ci sarebbe da imparare - e da offrire materiale per politiche scolastiche efficaci - a realizzare uno studio simile in Italia. Ma qui si preferisce bearsi del tempo passato, dare la colpa alla democratizzazione della scuola, rimproverare ai nostri figli e nipoti di non possedere le nostre stesse opportunità e capacità, invecchiando da conservatori, convinti di aver fatto la propria parte da bravi privilegiati (per destino, fortuna o merito scolastico).     




domenica 14 novembre 2021

Un libro stra-ordinario (di Mari D'Agostino per il Mulino)

Ho letto un libro stra-ordinario, per almeno due motivi:

- mi ha riconciliata con la sociolinguistica 'vera', quella fatta sul campo, in tutta la varietà delle accezioni che il termine può coprire (compreso il campo da calcio e il campo di detenzione): basata sull'interazione reale con gli informatori, sulla capacità di ascolto e di interpretazione di storie complesse che hanno in comune il tema del viaggio-migrazione tra lingue e identità 

- ha allargato i miei orizzonti, la mia capacità di lettura dei dati linguistici e del mondo, spostandomi dal tavolo di lavoro e dalla bibliografia consueta per immergermi in un flusso di esperienze raccontate da voci autentiche, raccolte con cura amorevole e trasmesse con una scrittura limpida e corale, capace di accogliere, raccogliere e ordinare dati, biografie e fonti scientifiche per trasformarle in un'avventura intellettuale e in un racconto emozionante. 

Il libro si intitola Noi che siamo passati dalla Libia. Giovani in viaggio fra alfabeti e multilinguismo, è stato scritto da Mari D'Agostino e raccoglie le esperienze di ItaStra, la scuola di italiano per Stranieri dell'Università di Palermo da lei diretta e che dal 2012 (se ne parlava già in questo post) è diventata crocevia di alfabetizazione e socializzazione per tanti giovani sbarcati in Sicilia dopo un viaggio in mare che è solo l'ultima tappa di un percorso fatto di scambi, incontri, 'disastri' lungo traiettorie spesso impreviste.



Mi piace paragonare questo libro a uno spettacolo teatrale altrettanto staordinario cui ho avuto la fortuna di assistere nel 2003, alla Cartoucherie di Parigi: Le dernier caravansérail (Odissées) di Ariane Mnouchkine e del suo Théâtre du Soleil, poi divenuto film documentario (2006). Ricordo con precisione il movimento delle tele blu che simulavano le onde del grande mare in cui transitavano persone in transito tra vite e lingue diverse, a rischio, in trasformazione. 

Odissee come quella disegnata sulla copertina di questo libro, prodotta durante uno dei laboratori di narrazione condotti negli anni dagli appassionati docenti palermitani e divenuti terreno di sperimentazione di nuove strategie didattiche e di ricerca.

Libri e spettacoli da cui si esce tras-formati.

Difficile dire in poco il tanto che ho scoperto in questo libro. Provo con un elenco in ordine casuale:

- il farsi guidare dai saperi delle persone intervistate, usando l'autobiografia linguistica (su cui rimando a un precedente libro di Mari D'Agostino, Sociolinguistica dell’Italia contemporanea) come strumento di accoglienza e di conoscenza 

- il ricostruire le storie step by step, con lo stessa gradualità e attenzione alle tappe intermedie con cui si punta a costruire una competenza linguistica nell'italiano come lingua d'arrivo (si veda il metodo Ponti di parole)

- la fedeltà con cui vengono riportate le storie, sgrammaticature comprese, e il rispetto e il riserbo con cui vengono trattate quando toccano esperienze di violenza (la detenzione in Libia) e di sofferenza (la traversata)

- la scoperta della grande ricchezza del repertorio dei parlanti provenienti dall'Africa subsahariana, immersi in contesti multilingui che vedono affiancate lingue coloniali e lingue patrimoniali (di tradizione prevalentemente orale), sistemi di scrittura diversa (arabo e occidentale), modi e livelli di albetizzazione e scolarizzazione non standardizzati

- l'instabilità di questo repertorio, fatto di risorse linguistiche in movimento, continuamente arricchite e ridefinite dalle esperienze di vita, dagli spostamenti nello spazio sociale e fisico

- la ricchezza e alterità (rispetto ai testi ufficiali e al racconto mediatizzato) del vocabolario della migrazione costruito da chi vive in prima persona l'esperienza del viaggio

- la dinamica creata dal continuo riutilizzo delle parole dell'altro, che non comporta solo mescidanza, ma cambio di segno: come accade per le parole d'odio in libico che diventano strumento di aggregazione scherzosa tra transfughi e "indicatori simbolici delle esperienze compiute"

- il fatto che si possa, anche per questa via, costruire un 'noi' resiliente, che è quello evocato dal titolo

- le canzoni che parlano della migrazione verso l'Europa alternando inglese, wolof, mandinka e introducono il tema della morte e del dolore incontrato sulla rotta centrale

- il senso di responsabilità e di verità che emana dall'intero libro, così capace di détricoter (uso questo verbo per evitare l'abusato 'decostruire)' una narrazione fatta di stereotipi e facili riduzionismi

- la dedica a un collega e coetaneo scomparso quest'estate, Roberto Sottile, gentile "esploratore di mondi linguistici". 

Buona e saggia lettura!




giovedì 30 settembre 2021

La sintassi della frase semplice (uscita del mio volume per il Mulino)

Esce oggi in libreria il primo volume della serie "Le strutture dell'italiano contemporaneo", diretta da Paolo D'Achille per il Mulino: 200 pagine ariose per 7 capitoli arricchiti da 29 quadri di approfondimento tematico e attività stimolanti a fine capitolo.

 


Ci ho speso tante energie perché fosse insieme rigoroso e accessibile. Spero che il risultato sia apprezzabile sia da studenti universitari alle prese con l'approfondimento di un capitolo della linguistica italiana, sia da insegnanti che vogliano ripercorrere in modo sistematico alcuni concetti chiave della grammatica (analisi della frase e delle parti del dicorso).

Sul sito del Mulino potete leggere l'indice. Sulla mia pagina di Academia potete leggere anche l'Introduzione al volume, corredata da un'immagine suggestiva, scattata da Robert Doisneau nel 1949 sul set del film di Jacques Tati Giorno di festa: lui è il postino François.

 



AGGIORNAMENTO: Ne parliamo a "La lingua batte", su Radio Tre, il 31 ottobre. Qui il podcast.

Qui il webinar di presentazione del libro disponibile sul canale Youtube del Mulino.

Qui una recensione apparsa sul sito insegnandoitaliano.