domenica 14 novembre 2021

Un libro stra-ordinario (di Mari D'Agostino per il Mulino)

Ho letto un libro stra-ordinario, per almeno due motivi:

- mi ha riconciliata con la sociolinguistica 'vera', quella fatta sul campo, in tutta la varietà delle accezioni che il termine può coprire (compreso il campo da calcio e il campo di detenzione): basata sull'interazione reale con gli informatori, sulla capacità di ascolto e di interpretazione di storie complesse che hanno in comune il tema del viaggio-migrazione tra lingue e identità 

- ha allargato i miei orizzonti, la mia capacità di lettura dei dati linguistici e del mondo, spostandomi dal tavolo di lavoro e dalla bibliografia consueta per immergermi in un flusso di esperienze raccontate da voci autentiche, raccolte con cura amorevole e trasmesse con una scrittura limpida e corale, capace di accogliere, raccogliere e ordinare dati, biografie e fonti scientifiche per trasformarle in un'avventura intellettuale e in un racconto emozionante. 

Il libro si intitola Noi che siamo passati dalla Libia. Giovani in viaggio fra alfabeti e multilinguismo, è stato scritto da Mari D'Agostino e raccoglie le esperienze di ItaStra, la scuola di italiano per Stranieri dell'Università di Palermo da lei diretta e che dal 2012 (se ne parlava già in questo post) è diventata crocevia di alfabetizazione e socializzazione per tanti giovani sbarcati in Sicilia dopo un viaggio in mare che è solo l'ultima tappa di un percorso fatto di scambi, incontri, 'disastri' lungo traiettorie spesso impreviste.



Mi piace paragonare questo libro a uno spettacolo teatrale altrettanto staordinario cui ho avuto la fortuna di assistere nel 2003, alla Cartoucherie di Parigi: Le dernier caravansérail (Odissées) di Ariane Mnouchkine e del suo Théâtre du Soleil, poi divenuto film documentario (2006). Ricordo con precisione il movimento delle tele blu che simulavano le onde del grande mare in cui transitavano persone in transito tra vite e lingue diverse, a rischio, in trasformazione. 

Odissee come quella disegnata sulla copertina di questo libro, prodotta durante uno dei laboratori di narrazione condotti negli anni dagli appassionati docenti palermitani e divenuti terreno di sperimentazione di nuove strategie didattiche e di ricerca.

Libri e spettacoli da cui si esce tras-formati.

Difficile dire in poco il tanto che ho scoperto in questo libro. Provo con un elenco in ordine casuale:

- il farsi guidare dai saperi delle persone intervistate, usando l'autobiografia linguistica (su cui rimando a un precedente libro di Mari D'Agostino, Sociolinguistica dell’Italia contemporanea) come strumento di accoglienza e di conoscenza 

- il ricostruire le storie step by step, con lo stessa gradualità e attenzione alle tappe intermedie con cui si punta a costruire una competenza linguistica nell'italiano come lingua d'arrivo (si veda il metodo Ponti di parole)

- la fedeltà con cui vengono riportate le storie, sgrammaticature comprese, e il rispetto e il riserbo con cui vengono trattate quando toccano esperienze di violenza (la detenzione in Libia) e di sofferenza (la traversata)

- la scoperta della grande ricchezza del repertorio dei parlanti provenienti dall'Africa subsahariana, immersi in contesti multilingui che vedono affiancate lingue coloniali e lingue patrimoniali (di tradizione prevalentemente orale), sistemi di scrittura diversa (arabo e occidentale), modi e livelli di albetizzazione e scolarizzazione non standardizzati

- l'instabilità di questo repertorio, fatto di risorse linguistiche in movimento, continuamente arricchite e ridefinite dalle esperienze di vita, dagli spostamenti nello spazio sociale e fisico

- la ricchezza e alterità (rispetto ai testi ufficiali e al racconto mediatizzato) del vocabolario della migrazione costruito da chi vive in prima persona l'esperienza del viaggio

- la dinamica creata dal continuo riutilizzo delle parole dell'altro, che non comporta solo mescidanza, ma cambio di segno: come accade per le parole d'odio in libico che diventano strumento di aggregazione scherzosa tra transfughi e "indicatori simbolici delle esperienze compiute"

- il fatto che si possa, anche per questa via, costruire un 'noi' resiliente, che è quello evocato dal titolo

- le canzoni che parlano della migrazione verso l'Europa alternando inglese, wolof, mandinka e introducono il tema della morte e del dolore incontrato sulla rotta centrale

- il senso di responsabilità e di verità che emana dall'intero libro, così capace di détricoter (uso questo verbo per evitare l'abusato 'decostruire)' una narrazione fatta di stereotipi e facili riduzionismi

- la dedica a un collega e coetaneo scomparso quest'estate, Roberto Sottile, gentile "esploratore di mondi linguistici". 

Buona e saggia lettura!




giovedì 30 settembre 2021

La sintassi della frase semplice (uscita del mio volume per il Mulino)

Esce oggi in libreria il primo volume della serie "Le strutture dell'italiano contemporaneo", diretta da Paolo D'Achille per il Mulino: 200 pagine ariose per 7 capitoli arricchiti da 29 quadri di approfondimento tematico e attività stimolanti a fine capitolo.

 


Ci ho speso tante energie perché fosse insieme rigoroso e accessibile. Spero che il risultato sia apprezzabile sia da studenti universitari alle prese con l'approfondimento di un capitolo della linguistica italiana, sia da insegnanti che vogliano ripercorrere in modo sistematico alcuni concetti chiave della grammatica (analisi della frase e delle parti del dicorso).

Sul sito del Mulino potete leggere l'indice. Sulla mia pagina di Academia potete leggere anche l'Introduzione al volume, corredata da un'immagine suggestiva, scattata da Robert Doisneau nel 1949 sul set del film di Jacques Tati Giorno di festa: lui è il postino François.

 



AGGIORNAMENTO: Ne parliamo a "La lingua batte", su Radio Tre, il 31 ottobre. Qui il podcast

mercoledì 1 settembre 2021

Un corpus sempre giovane (CORIS/CODIS)

Una delle prime imprese alle quali ho collaborato è stata la creazione, a cavallo del 2000, del primo grande CORpus dell'Italiano Scritto contemporaneo: il CORIS, sviluppato presso il Centro Interdipartimentale di Linguistica Teorica e Applicata dell'Università di Bologna sul modello dei grandi corpora elettronici delle lingue europee che stavano rinnnovando la lessicografia (in particolare il BNC, British National Corpus). Erano anni di grandi collaborazioni: con John Sinclair soprattutto. Insieme a M.A.K. Halliday, uno dei geniali allievi di J.K. Firth, il linguista britannico che aveva sviluppato la teoria contestuale del significato. 

Se il significato di una parola si può cogliere solo attraverso gli usi di una parola (come sostenevano negli stessi anni gli antropologi Ogden e Richards), cosa c'è di meglio di una grande base di dati da cui estrarre automaticamente liste di parole in contesto, a partire da tipi di testi diversi, tutti autentici e rappresentativi della lingua in uso? Se poi queste raccolte di testi digitali possono essere interrogate grazie a programmi appositi capaci di generare concordanze, liste di frequenza e altre misure statistiche di prossimità semantica, il gioco è fatto.

Da questa idea, sviluppata grazie alla nascente linguistica computazionale (già applicata ai testi sacri), prese forma una fortunata corrente di studi in ambito internazionale: la corpus linguistics o "linguistica dei corpora".  Oggi, a distanza di oltre vent'anni, la vitalità di quella scuola è circoscritta, ma restano le grandi basi di dati che ambiziosi progetti hanno contribuito a creare nei diversi paesi. 

In alcuni casi, come nel nostro, la base preesistente (150 milioni di parole provenienti da testi raccolti tra il 1980 e il 2000, spesso digitalizzati e annotati manualmente), continua a essere rimpinguata, grazie a corpora di monitoraggio inglobati con scadenza triennale. La sapiente manutenzione di Fabio Tamburini ha negli anni reso il CORIS (con il suo corrispettivo "dinamico" CODIS, modulabile in base alle tipologie di testi contenuti in vari sottocorpora) uno strumento ancora fruibile e aggiornato, utile per ricerche e applicazioni didattiche.

 

 

Basta familiarizzare con la maschera di interrogazione del corpus (in inglese), capire in che modo le parole vadano inserite per ottenere i risultati voluti. 

Facciamo una prova con una parola che l'attualità ha riportato nella lingua dell'uso: "pandemia" (la parola va trascritta proprio così, tra virgolette). Otteniamo 1022 occorrenze totali, di cui la maggior parte provenienti dal corpus di monitoraggio 2017_2020 (il programma consente di scegliere l'arco temporale, time slice, della ricerca) e dal sottocorpus della stampa (anche in questo caso è possibile scegliere se limitare o estendere la ricerca ad altri subcorpora). 

 


 

Il programma ci fa scegliere se visualizzare 30/100/300/1000 concordanze (nel formato KWIC: key word in context), e come ordinarle (sort): partendo per esempio dalla parola che precede, a sinistra (-1), o da quella che segue, a destra (+1). Dipende da quello che vogliamo osservare: l'uso degli articoli o degli aggettivi associati alla nostra parola, per esempio. 

In ogni caso, il programma è in grado di calcolare da solo (utilizzando misure statistiche) i collocates cioè i "collocati/collocatari", le parole con cui la nostra parola cooccorre più spesso: nel caso di pandemia troveremo elencati coronavirus, COVID-19, emergenza, scoppioimpatto, gestione... 

Il corpus è inoltre lemmatizzato, per cui può contemporaneamente estrarre le diverse forme di parola (in questo caso quella singolare e quella plurale, "pandemie", che è meno frequente: se ne trovano solo 36 esempi nell'intero corpus).

Insomma, a volerne studiare la presentazione e le funzionalità, e a volersi impratichire con il linguaggio di interrogazione (query), si possono fare interessanti ricerche e scoperte. Che, a differenza di quelle supportate da motori di ricerca generali, producono risultati "puliti": provenienti cioè da testi selezionati e annotati a scopi di studio e di ricerca, non a fini commerciali.

Buone esplorazioni!