Uscito da poco per l'editore Carocci, il volume Correggere il testo scritto. Strumenti e proposte per la scuola primaria costituisce una bella novità nel panorama italiano: anziché prendere in esame le correzioni degli insegnanti dalla fine, cioè dai risultati di un automatismo dettato da convinzioni scolastiche e idiosincrasie personali, parte dall'inizio e accompagna l'insegnante a ridefinire il proprio atteggiamento nel segno della consapevolezza della lingua, dell'apprendente che ha di fronte, del testo scritto, del processo di correzione nella sua complessità.
Dal momento che conosco questo libro dall'interno, avendo seguito la ricerca da cui è nato, e ne ho già scritto sulla soglia, firmandone la Prefazione, la riporto qui.
«La maggior parte delle persone, considerando gli errori di lingua come fatti senza interesse, dovuti alla negligenza o al caso, oppure come sintomi critici di un declino incipiente della lingua, pensa di poter dare giudizi sulla correttezza senza avere alcuna preparazione linguistica» – così scriveva Henri Frei sulla soglia di un libro dedicato alla grammatica degli (o dagli) errori (La grammaire des fautes, Geuthner, 1929, trad. mia), un trattato dedicato all’errore inteso come risposta del parlante a un bisogno che la grammatica della propria lingua, così come è stata codificata nelle grammatiche di riferimento, sembrerebbe incapace di soddisfare.
Parafrasando il linguista svizzero, potremmo dire che molti insegnanti pensano di poter giudicare la correttezza o scorrettezza dei testi scolastici senza avere una formazione linguistica che li metta in grado di capire la natura dell’errore, le possibili ragioni del suo emergere, l’eventuale prevedibilità in una certa fase dell’apprendimento linguistico o in una concreta produzione testuale, la sua collocazione all’interno di un sistema linguistico in movimento quale è l’italiano di oggi, attraversato da fenomeni di semplificazione e riassestamento che vanno conosciuti prima ancora che bollati come sintomi di un declino della lingua o delle competenze linguistiche dei più giovani.
Il libro che state per leggere ha il merito di accompagnare l’insegnante digiuno di linguistica, o comunque poco consapevole delle “regolarità” nascoste dietro tanti errori comuni, alla scoperta delle trappole nascoste dietro un gesto quotidiano come quello del correggere, tanto abituale quanto irriflesso. Un gesto che presuppone una “postura” spontaneamente adottata con la sicurezza che viene dalle idee ricevute: la necessità di eliminare ogni deviazione rispetto alla linea dritta tracciata dalla “regola” scolastica, l’attitudine a cercare le piccole storture prima ancora di aver soppesato la coerenza e la tenuta dell’intera costruzione. Sottolineato, cerchiato, barrato, l’errore risalta sul campo bianco della pagina, etichettato o commentato ai margini del foglio, pronto a essere raccolto e consegnato alle griglie di valutazione.
Eppure, un altro modo è possibile e questo libro ce lo mostra con la perizia di un’insegnante-ricercatrice che al tema della correzione ha dedicato due anni di studio sul campo: raccogliendo opinioni, indagando pratiche, leggendo e osservando testi corretti a fianco di altri insegnanti in formazione o in servizio. Il risultato è un volume che, in duecento dense pagine, offre analisi, strumenti e percorsi dedicati al segmento più delicato e fondante della scuola dell’obbligo: la primaria.
Il punto di partenza del libro è la definizione del campo: che cosa vuol dire correggere? Da chi abbiamo imparato a farlo? Con quale atteggiamento ci poniamo di fronte al testo? Quali sono le variabili in gioco? E che cosa intendiamo per errore? Veronica Ujcich sceglie di metterci subito di fronte a due testi per mettere alla prova il nostro atteggiamento di lettori: la “caccia all’errore” parte subito e porta a individuare scorrettezze che tali non ci sarebbero sembrate se avessimo trovato uno dei due testi riprodotto nel libro di lettura. Un primo segnale di allarme che ci invita a riflettere sui modelli di lingua che proponiamo in classe e sull’incoerenza che ci porta a negarne la legittimità in fase di correzione.
Il discorso che segue opportunamente separa i punti di osservazione: quello dell’insegnante con le sue aspettative, quello dello scrivente bambino con le sue competenze in costruzione, quello del testo scritto con le sue regole implicite, quello della lingua-obiettivo: non l’italiano “scolastico” artificioso e forbito inseguito dalle insegnanti del passato, non necessariamente l’italiano adulto e retoricamente atteggiato di tanti insegnanti inconsapevoli del percorso fatto per arrivare a scrivere bene, ma un italiano rispettoso di quella zona di sviluppo possibile che si apre tra la spontaneità della lingua bambina, vicina al parlato e agli immediati dintorni della propria esperienza, e una crescita espressiva che porti ad avvicinarsi progressivamente alle realizzazioni standard senza perdere in espressività e senza cadere nell’inautenticità.
Addentrandosi nel territorio della correzione, dopo aver sgombrato il campo da tanti equivoci e stereotipi di lungo corso, il libro distingue utilmente tra revisione (autonoma o collaborativa) del testo, correzione vera e propria da parte dell’insegnante (che lascia tracce visibili sul testo), feedback inteso come risposta (anche dialogica) dell’insegnante al testo, valutazione del testo corretto. Scopriamo così che sotto la penna dell’insegnante cadono non solo errori veri e propri, ma non-errori (forme possibili e accettabili nella lingua); che gli errori non sono tutti uguali e che conoscerli e saperli spiegare è il primo passo per poterli valutare; che scegliere di non correggere un presunto errore può essere un gesto più ricco di futuro della cieca obbedienza al demone della perfezione. Impariamo che l’ossessione per la variazione ci porta a scoraggiare e cassare ogni ripetizione, anche quando questa rappresenterebbe la scelta più sensata ai fini della coesione e della comprensibilità del testo. Insomma: vediamo messi in discussione tanti presupposti della correzione scolastica prima di essere guidati all’interno di una rassegna ragionata e bibliograficamente aggiornata della letteratura linguistica e pedagogica. Una rassegna utile e necessaria, cui attingere le conferme di cui abbiamo bisogno, non per perseverare nelle nostre convinzioni e nel riflesso della correzione a tutti i costi, ma per provare a decostruire il gesto partendo da una consapevolezza nuova: che la lingua cambia e cambia sia per fattori esterni – legati alle peculiarità storiche, territoriali, sociali, comunicative – sia per un processo di sviluppo interno a ogni bambino e diverso in ciascuno. Un processo che l’insegnante di primaria della scuola italiana – e l’autrice per prima – ha di solito la possibilità e la responsabilità di seguire e accompagnare per cinque anni, vedendo la maggior parte dei bambini passare da non scriventi a scriventi inesperti e infine a scriventi esperti. Per esemplificare le diverse tappe, di una stessa consegna (scrivere un testo narrativo a partire da un’immagine stimolo tratta dal silent book di Ji Hyeon Lee La porta, riprodotta in Appendice) ci vengono offerte realizzazioni concrete differenziate a seconda della classe (dalla prima alla quinta), ciascuna letta e analizzata come testo degno di un’osservazione scientifica, non come produzione per definizione lacunosa e bisognosa di aggiustamenti. L’esame della gestione dei tempi verbali da parte dei bambini (tema al quale l’autrice aveva già dedicato un ampio studio nato dalla sua tesi di dottorato) rivela in particolare il sapere implicito dei più piccoli intorno a un tema complesso come il funzionamento dei tempi del passato: un sapere che l’insegnante può aiutare a esplicitare, a patto che sia disposta a colmare le proprie lacune e a rivedere criticamente le proprie convinzioni ingenue.
Un cambio deciso di prospettiva, che ci mette nella stessa situazione del bambino raffigurato dall’illustratrice coreana: di fronte a una porta chiusa da un catenaccio, assicurato da un pesante lucchetto, coperta di polvere e ragnatele, che è necessario oltrepassare per entrare in relazione: la relazione di cui si nutre ogni scrittura autentica, ogni forma di espressione del sé che chiede di essere accolta ed ascoltata, prima di essere giudicata.


