sabato 15 febbraio 2020

Idee per imparare a leggere e scrivere (bene)

CI SIAMO QUASI! Sta per arrivare in libreria il volume al quale ho lavorato per un anno, ma la cui genesi risale a una ventina di anni fa, quando entrai in possesso di un plico di fotocopie tratte da una rivista letteraria uscita nei primi anni Novanta.


La rivista si chiamava "Wimbledon" e il perché ce lo spiega il direttore, Giorgio Dell'Arti, in un articolo che compare sul numero di "Robinson" in edicola questa settimana con "la Repubblica": l'obiettivo era quello di coinvolgere "la gente che legge " (questo il sottotitolo della rivista) in un torneo letterario (già avviato anni prima su una rubrica del "Venerdì" di "Repubblica"). Lettori e scrittori venivano chiamati a giudicare i libri di (altri) scrittori apparsi nei mesi precedenti. (Oggi il torneo letterario ritorna, ma in una forma diversa - più simile a quella dei tornei di tennis, con turni, confronti diretti, eliminazioni - e con un nuovo nome: "Wimbledone").

  Tullio Pericoli per "Robinson"

Per affinare le capacità critiche dei lettori, Dell'Arti pensò di coinvolgere fin dal primo numero del foglio mensile (uscito nel marzo 1990) Giuseppe Pontiggia, che dal 1985 teneva corsi di scrittura "espressiva" presso il Teatro Verdi di Milano: di fatto, la prima scuola di scrittura nata in Italia, sul modello di quelle diffuse nel Nordamerica.
Nella Postfazione che ho scritto per il libro ho cercato di ricostruire la genesi di quell'esperienza sullo sfondo culturale degli anni Ottanta: la fine di tanti sperimentalismi letterari, l'emergere delle scritture giovanili, le prime polemiche sull'italiano "lingua selvaggia", la nascita di una manualistica per il recupero crediti in italiano (capostipite il fortunato Impariamo l'italiano di Cesare Marchi), il cambiamento del mercato editoriale, il moltiplicarsi dei premi letterari (i festival erano ancora da venire) e altro ancora.

Io, in quegli anni, frequentavo le scuole secondarie. La prima cosa di Pontiggia che mi capitò di leggere, l'anno della maturità, fu un trafiletto che ancora conservo, apparso sul "Corriere" che comprava mio padre. Si intitolava W la qualità! e iniziava così:
Quante sono le maturità nella vita di un uomo? A ogni svolta l'uomo sorprende se stesso, scopre una mutazione, si accorge che il suo orizzonte è cambiato, crede e spera in altro. E quando afferma di essere diventato maturo significa che non lo è: rinuncerebbe altrimenti a smentire, nel giro di poco tempo, una affermazione così definitiva e così provvisoria. 
C'è chi diventa maturo dopo il servizio militare, chi dopo il primo figlio o il primo impiego. Il matrimonio rende chi lo contrae inevitabilmente maturo, ma pare che il divorzio lo faccia crescere ulteriormente. Quanto alla scelta della solitudine, fa crescere indistintamente tutti?
La lettura di queste parole fu decisiva: non solo mi aiutò a ridimensionare il valore della "maturità" scolastica e ad allontanare la "superstizione del voto" (allora espresso in sessantesimi), ma riuscì a rivelarmi, con la sua scrittura paradossale, una meta ideale - capire in che modo si potesse arrivare a condensare con tanta precisione l'esperienza sotto forma di parole.
Pochi anni dopo, mentre cercavo un argomento per la tesi di laurea, rimasi sorpresa nello scoprire che uno scrittore - proprio lui - avesse completamente riscritto un romanzo insignito pochi anni prima del Premio Strega (La grande sera). Così mi misi al lavoro. Un lavoro che non ho mai abbandonato, nonostante altri lavori si siano affiancati negli anni. La scrittura di Pontiggia non ha mai finito di stupirmi e ai suoi insegnamenti sono sempre rimasta fedele.
Devo a lui (oltre che alle lezioni e correzioni della mia relatrice, l'indimenticabile Maria Luisa Altieri Biagi), la maggior parte di quello che so e che so fare, in tema di scrittura.

Nel 2015, in occasione di una serata commemorativa presso il Teatro Verdi di Milano, ho letto un decalogo delle cose che ho imparato da Pontiggia (lui amava molto i decaloghi; ne ha scritto uno anche sullo scrivere, apparso sul mensile "Letture" 543/ 1998, che potete leggere a questo link).
Il mio catalogo è questo:
  1. A scrivere si impara
  2. Per imparare a scrivere bisogna imparare a leggere (nel dubbio, cominciare dai classici)  
    COROLLARIO: «più si legge meno si imita» (Jules Renard)
  3. Scrivere non è trascrivere (qualcosa che già si sa) ma inventare (inventare un linguaggio e così inventare un mondo)
    COROLLARIO: Diffidare dell’ispirazione, puntare sull’immaginazione. In latino: verba tene, res sequentur
  4. Appropriarsi della tecnica (in particolare della retorica) per liberarsi della tecnica
    COROLLARIO: imitare i modelli serve a liberarsi dei modelli
  5. L’inizio è tutto (o quasi)
  6. Scegliere la parola giusta (appropriata e dotata di potenza espressiva) usando orecchio, esperienza, verifica
  7. Economizzare le parole rispetto ai fini (dosare aggettivi e avverbi)
  8. Collocare le parole in modo strategico
  9. Evitare i luoghi comuni, le inerzie linguistiche, le tentazioni gergali
  10. Non essere avari: cancellare e riscrivere
Nelle lezioni di scrittura raccolte nel libro in uscita per Mondadori (che prende il titolo da una delle lezioni apparse su "Wimbledon": Per scrivere bene imparate a nuotare) ritroverete questi e altri insegnamenti in forma di dialogo, anzi di autointervista dello scrittore. A puntate, Pontiggia affronta i principali problemi espressivi con cui deve misurarsi chiunque voglia scrivere in modo efficace: il rapporto della scrittura con l'oralità, il ruolo della retorica, l'importanza dell'incipit, il peso (relativo) della trama, la scelta dei nomi propri, l’uso degli avverbi e degli aggettivi. Lo fa portando esempi (felici e non) di testi letterari e saggistici, articoli di giornale, sentenze. Raccontando anche di sé, delle sue passioni di lettore, della sua incontentabilità di scrittore. Facendoci entrare nella sua biblioteca e nella sua officina, insomma. 
Ad accogliervi sulla soglia troverete un altro scrittore, Paolo Di Paolo.

Una nota in margine. Quando Pontiggia pubblica queste lezioni ha alle spalle più di cinque anni di corsi di scrittura (rivolti a studenti, professionisti, aspiranti scrittori); nel 1994 terrà anche un ciclo di lezioni alla radio (Dentro la sera, che si può riascoltare nel cd accluso al libro che le trascrive). Lo stesso anno nasceva a Torino la scuola di scrittura Holden, fondata da Alessandro Baricco, che farà dello storytelling la sua bandiera, rovesciando il detto di Pontiggia "La trama è niente, il linguaggio è tutto".
Pontiggia, per sua fortuna e nostro rimpianto, non ha visto la deriva di quella che si è rivelata "una futile moda lessicale ma anche e soprattutto una forma tanto cruciale quanto criticabile della comunicazione politica" (Stefano Bartezzaghi, "Robinson", 8 febbraio 2020).
Oggi lo storytelling - inteso come costruzione di una narrazione coerente  e credibile del sé, in grado di soppiantare le "grandi narrazioni" sovraindividuali che davano senso alla nostra vita - sembrerebbe al capolinea. Cambiamo di continuo il nostro racconto, dubitiamo delle narrazioni ufficiali, mentre diventiamo sempre meno capaci di esercitare il nostro spirito critico di fronte alle fake news che ci inondano.
Forse è il momento giusto, allora, per leggere questo libro importante: che non ci insegna solo a scrivere meglio, ma ci fa capire come nascono le false verità, ci inietta anticorpi contro il linguaggio autoritario, ci mostra il potere delle parole e ci educa a farne un uso responsabile.

Leggetelo ad alta voce, apprezzandone il ritmo. Provate a leggerlo in classe. Riproponetene gli esercizi (indovina la parola mancante nell'aforisma...). E poi tornate a leggere Pontiggia, se non avete mai letto nient'altro di suo. Cercate le Vite di uomini non illustri, magari. Oppure quel capitolo di Nati due volte in cui Pontiggia racconta del suo rapporto con il nuoto... Provate a spiegate che cos'è un classico come l'ha spiegato lui nel saggio I contemporanei del futuro. Rimarrete sorpresi.    


P.S.: A proposito di nuotare, tempo fa vi avevo proposto un gioco ...          

giovedì 6 febbraio 2020

Idee per insegnare l'italiano scritto (sul libro di D'Aguanno)

Finalmente è uscito un libro sull'italiano scritto, e la sua didattica, ben scritto e capace (come credo e spero) di cambiare le pratiche degli insegnanti delle scuole superiori. Inizia così:
In fondo si è sempre imparato a scrivere. A scrivere bene, s'intende, anche testi estesi complessi, di registro formale e di diverso genere, per comunicare nelle varie situazioni del dominio pubblico, educativo o professionale.
Scrivere bene, appunto. Non solo in modo corretto, ma efficace.
Chi me lo ha insegnato, come ho imparato? Questa la domanda che ogni docente dovrebbe farsi prima di avvicinarsi al compito. Sarà bastata l'educazione letteraria ricevuta a scuola, coi suoi modelli di prosa alta e i suoi esercizi di parafrasi e analisi narratologica? Saranno serviti gli svolgimenti dei temi (o, per i più giovani, la composizione di testi conformi alle prove degli esami di Stato) e la conferma di un voto dal 10 a scendere, a seconda del numero di errori?

La mia curiosità di lettrice va subito alla pagina dei Ringraziamenti posti a conclusione dell'Introduzione al volume di Daniele D'AguannoInsegnare l'italiano scritto. Idee e modelli per la didattica della scrittura nelle scuole superiori
Il primo grazie è rivolto alla Maestra degli anni di università e oltre (l'esigente, eccellente Professoressa Rita Librandi) "per il suo incoraggiamento a scrivere il libro, la sua guida, i suoi tanti consigli e il suo insegnamento della scrittura". Un insegnamento non necessariamente fatto di valutazioni, ma certamente fitto di correzioni e riscritture, non privo di sferzate e frustrazioni, ma in grado di farti ritornare sul processo della scrittura: per dire meglio, nel modo più preciso, documentato e comprensibile, quanto si ha da dire. Per poter affrontare con maggiore consapevolezza il compito di correttore, cui nessuno di noi può sottrarsi nella sua vita professionale (di valutatori, sempre più spesso valutati). Anche per me è stato così, ma su questo punto avrò modo di tornare.


Vorrei prima tessere gli elogi di un libro che non parte da lamentazioni sul cattivo italiano scritto dagli studenti universitari, che non fa accuse al segmento scolastico precedente, ma interroga le pratiche didattiche e, sulla base di una bibliografia aggiornatissima e interdisciplinare (capace di far dialogare le discipline linguistiche con quelle pedagogiche), fa proposte concrete (questo l'indice del primo Capitolo: 1. Far fare molta pratica, 2. Far leggere molti modelli, buoni e cattivi, 3. Dare istruzioni complete e dettagliate, 4. Far scrivere generi diversi di testo, 5. Graduare la difficoltà dei compiti, 6. Correggere dapprima senza registro e con flessibilità, 7. Costruire la motivazione alla scrittura) e fornisce modelli di compiti di scrittura complessa testati nelle classi (Capitolo 2).
Un libro, peraltro, che non strizza l'occhio alle pratiche di scrittura più frammentarie e improvvisate, ma si china su quelle più ampie e complesse, tanto più difficili da controllare (sia in produzione sia in ricezione), invitando e aiutando gli insegnanti a riconoscere questa complessità prima ancora di affrontarla.

Un libro che non si presenta come un manuale di stile a uso dei professionisti della scrittura, né come un trattatello di linguistica testuale (tema di cui pure si parla, nel Capitolo 3) truccato da manuale di scrittura a uso degli studenti universitari, ma dichiara immediatamente la sua vocazione pedagogica per volgersi con metodo al compito più difficile: addestrare, fin dagli anni della scuola superiore, alla scrittura funzionale di alto livello in modo graduato, esplicito, riflesso, inclusivo. Senza trascurare la motivazione, che non è spontanea e intrinseca a tutti gli alunni, ma va costruita.
Perché nessuno nasce scrittore, e per diventarlo non basta la predisposizione naturale o la forza dell'ispirazione: serve un duro e lungo apprendistato, fatto anche di "tentativi, scacchi, fallimenti". Ma questa è un'altra storia, che vi racconterò la prossima puntata...

domenica 26 gennaio 2020

Modelli per "Imparare" (sul libro di Stanislas Dehaene)

Forse conoscete Stanislas Dehaene per aver letto un suo libro intitolato I neuroni della lettura. Lì il neuroscienziato francese descriveva l'operazione di "riciclaggio" che consente al nostro cervello di imparare a leggere, pur non essendo predisposto a farlo. Come? Riutilizzando i circuiti della visione e del linguaggio orale: indirizzando i primi verso il riconoscimento delle lettere e l'associazione con i suoni del linguaggio. È così - con grande  impegno e fatica - che da parlanti diventiamo lettori.

In questo nuovo libro, Dehaene allarga la sfida: descrivere il modo in cui il cervello umano "impara" (in generale, quindi senza l'argomento esplicitato) e confrontare l'apprendimento del cervello con quello delle macchine (le reti neurali messe a punto a dall'intelligenza artificiale).
Si tratta di una lettura affascinante, che ci porta con grande fluidità (merito del ricercatore, che è anche un bravo divulgatore: se invece di leggerlo volete ascoltarlo, potete cliccare qui) alla scoperta del cervello del bambino e delle sue straordinarie dotazioni iniziali (le autostrade del linguaggio, le intuizioni sul numero, sulle forme geometriche, sulla probabilità, sulla permanenza dell'oggetto...), ma anche della incredibile "plasticità" che porta il cervello a riutilizzare funzioni primarie per metterle al servizio di nuove abilità culturali.
Dehaene è arrivato alle sue scoperte grazie alla potenza delle macchine che producono neuroimmagini: nel centro di ricerca da lui diretto (Neurospin, a Saclay, in Francia) è attivo il più potente scanner  al mondo per risonanze magnetiche (IRM) in grado di fotografare l'attività cerebrale.


Docente di Psicologia Cognitiva Sperimentale presso il Collège de France su una cattedra appositamente creata per lui nel 2005, membro della Académie des Sciences, Dehaene ha ricevuto un enorme credito dallo Stato Francese che, oltre a finanziare generosamente le sue ricerche, lo ha messo da un anno a capo del Consiglio Scientifico dell'Istruzione Nazionale (CSEN), nella convinzione che le sue scoperte possano tradursi in nuove strategie educative, in grado di contrastare l'analfabetismo funzionale che affligge evidentemente non solo il nostro Paese.

Si giustifica così lo spazio che in questo libro viene riservato ai quattro pilastri dell'apprendimento:

- l'attenzione, che seleziona le informazioni su cui concentrarsi e le amplifica,
- il coinvolgimento attivo, ovvero la motivazione a imparare e la curiosità che incoraggia il nostro cervello a valutare sempre nuove ipotesi
- il ritorno sull'errore, che ci permettere di confrontare le nostre predizioni con la realtà e di correggere i nostri modelli del mondo (a poco serve da questo punto di vista il voto, pessimo riscontro dell'errore)
- il consolidamento, che automatizza e fluidifica ciò che abbiamo appreso, specialmente durante il sonno.

Le pagine finali si soffermano poi sulle possibilità di conciliare l'istruzione con le scoperte neuroscientifiche, così da ottimizzare il potenziale dei bambini e creare "un'alleanza per la scuola di domani" (tra scienziati, insegnanti e genitori) per dar luogo a un ecosistema educativo più motivante ed efficace.

Vorrei subito sgombrare il campo da un equivoco: Dehaene non è acclamato in patria come ci si aspetterebbe, nonostante gli inviti a trasmissioni televisive e le copertine dei magazine. I pedagogisti, come prevedibile, non lo vedono di buon occhio (del resto, il libro fa "tabula rasa" di molti falsi miti delle "scienze" dell'educazione). Anche gli psicologi sociali protestano (convinti che il processo di apprendimento sia più legato alla relazioni familiari e sociali che alla dotazione genetica). La stessa opinione pubblica appare divisa tra entusiasti e critici (c'è chi  paragona le neuroscienze a un neopositivismo che rischia di condurre all'eugenetica, e che per il momento ha avuto soprattutto il "merito" di aprire le aule scolastiche alla gamification). Insomma, il neuroscienziato in rue de Grenelle non avrà vita facile, specie se non riuscirà a dimostrare (risultati OCSE-Pisa alla mano) il beneficio competitivo delle sue teorie.
Per chi si occupa di linguistica e di grammatica, il libro è fonte di conferme sia a livello teorico sia a livello metodologico. Leggere che
Imparare significa gerarchizzare [...] e formulare, il prima possibile, delle regole generali che riassumano tutta una serie di osservazioni (p. 64)
Imparare significa selezionare il modello più semplice tra quelli che si adattano ai dati (p. 67)
vuol dire essere rassicurati sull'importanza di processare i dati e di inferire una grammatica che li organizzi, e non solo nell'apprendimento delle lingue. 
Giova a tutti, inoltre, ricordare che "ogni bambino è un linguista", come ogni bambino (o bambina) è un matematico e un fisico in erba. E che, quando si tratta di imparare a leggere, è il metodo fonologico quello più adeguato perché
prestare attenzione alla forma complessiva della parola [...] orienta l'attività cerebrale verso un circuito inadeguato. [...] solo l'allenamento fonetico, che richiama l'attenzione sulla corrispondenza tra lettere e suoni, attiva il circuito della lettura e consente di imparare. (p. 199) 
Per un(')insegnante, poi, è confortante leggere che siamo Homo docens più che Homo sapiens; che  "l'istruzione è il principale acceleratore del nostro cervello" (p. 19); che molto può ancora fare una scuola capace di intervenire presto (per Dehaene tutto si gioca negli anni della scuola dell'infanzia e primaria) arricchendo l'ambiente di stimoli (come la lettura ad alta voce) a beneficio di tutti i bambini.

In generale, da questa lettura si esce corroborati nella convinzione che l'intelligenza umana (quando è ben sviluppata e "fiorita") è ancora di gran lunga superiore all'intelligenza artificiale, i cui algoritmi riescono a imitare il funzionamento dei circuiti cerebrali solo a livello superficiale (corrispondente più o meno all'elaborazione sensoriale).


La stessa sensazione che mi  ha accompagnata all'uscita della mostra U-mano. Arte e scienza: antica misura, nuova civiltà, organizzata a Bologna presso la Fondazione Golinelli.

Realtà aumentata e realtà virtuale, codici binari e algoritmi, cibernetica e robotica appaiono ancora come mani impresse nella caverna di fronte allo splendore delle mani dipinte dai migliori artisti rinascimentali: mani femminili che stringono bambinelli, libri in piccolo formato, pugnali; mani maschili che offrono tributi, si battono il petto, indicano il cielo o un componimento sulla pagina di un manoscritto.

Perfino le mani sensibili in ceroplastica modellate nel Settecento da Anna Morandi Manzolini ad uso degli anatomisti dello studio bolognese appaiono straordinariamente vive rispetto all'ambiziosa Adam's hand bionica, adattabile a ogni paziente, prodotta da una startup di giovani ingegneri.



Chiudo con una citazione memorabile, tratta sempre dal libro di Dehaene, che ci accompagni verso il giorno della memoria:
"La memoria è un sistema rivolto al futuro, non al passato. Il suo ruolo non è quello di guardare indietro, ma, al contrario, di inviare informazioni al futuro, perché riteniamo che ci saranno utili"  (p. 259).