giovedì 29 aprile 2021

Ricordando Giancarlo Cerini

La scorsa settimana ci ha lasciati Giancarlo Cerini, l'ispettore scolastico più noto e amato nella regione in cui vivo, collaboratore del Ministero dell'Istruzione a documenti come le Indicazioni Nazionali 2012 e, fino agli ultimi giorni di vita, le Linee guida 0-6. 

Oggi è stato ricordato nel corso di una cerimonia in diretta da viale Trastevere, alla presenza del Ministro Bianchi: Nel dialogo, la cura del sapere e della scuola




Cerini ha scritto tanto di scuola e tanto ha fatto scrivere le persone nelle quali riconosceva o intuiva la sua stessa passione serietà energia. 

Mi piace ricordarlo per la possibilità che mi ha dato di scrivere sulla Rivista dell'istruzione, il bimestrale che dirigeva, su due temi che a entrambi stavano a cuore: il curricolo verticale di educazione linguistica e l'educazione linguistica in chiave di cittadinanza (quest'ultimo articolo è entrato anche in un volume a più voci da lui curato, dedicato al tema della cittadinanza). Non ne faccio un motivo di merito suo, ovviamente, ma un'occasione di crescita per me. 

Ho imparato tanto dalle sue osservazioni puntuali, dalla sua capacità di ascolto e di mediazione intelligente, dalla sua generosità intellettuale, dalla fiducia che riponeva in te mettendoti in condizione di meritartela. Aveva una grinta paziente e una mite fermezza che mi ricordavano mio padre: perciò ho sempre fatto il possibile, quando mi ha chiesto un contributo: non per accontentarlo, ma per non deluderlo.

In una delle ultime lettere che ci siamo scambiati scriveva:   

c'è una vera cittadinanza se le persone hanno gli strumenti culturali per partecipare da protagonisti alla vita civile, sociale e culturale del proprio paese. E l'istruzione ha un ruolo fondamentale in questo percorso di crescita e di emancipazione. 
Condivido ciascuna di queste parole e, tutte insieme, le faccio mie.     

mercoledì 31 marzo 2021

Chi è il padrone della lingua? (su una recente polemica intorno alle parole)



Se sono diventata una linguista lo devo anche ad Alice, perciò è a quel libro che torno ogni volta che cerco di trovare un senso dove un senso non c'è, o almeno così parrebbe.

Nel capitolo VI di Attraverso lo specchio, l'uomo-uovo Humpty Dumpty si rivolge ad Alice con sprezzatura, rivendicando a sé il diritto di dare a una parola il significato che sceglie di dargli. Alice, agganciandosi al "né più né meno", risponde con un argomento quantitativo: si tratta di capire se si possano dare alle parole tanti significati diversi. Humpty-Dumpty rettifica: non è un problema di quantità, ma di autorità - bisogna vedere chi è che comanda. 

E di che cosa, se non di autorità, parliamo quando parliamo di polemiche linguistiche?  

La doxa (l'opinione comune) contro gli auctores (le autorità riconosciute). Linguistica popolare e linguistica scientifica. Puristi e attivisti. Dottori e sciamani. Polemisti da una parte e dall'altra. Prove di forza e tentativi di negoziazione tra istanze diverse. Il triste spettacolo di chi alimenta le polemiche senza verificare le fonti, o di chi usa fonti senza citarle per autopromuoversi come domatore/trice nel circo mediatico (in cui conta l'autorevolezza data dal numero di like, più che l'autorità che viene dagli studi e dal riconoscimento dei pari).

La lingua, intanto, scorre nel suo alveo. Mal tollerando imposizioni e cambiamenti bruschi. Come cambia la lingua è un fatto raramente apprezzabile nel corso di una generazione, anche ora che la società sembra aver accelerato il passo e i ritmi. Cambia il lessico, più della grammatica. E con una indulgenza verso le mode che da secoli induce i lessicografi a monitorare a lungo gli usi scritti delle parole prima di registrarne forme e significati nei dizionari. Una simile, rassicurante lentezza diventa a un tratto un inciampo per chi, dall'alto del muretto, pretende che la lingua cambi e subito, per adeguarsi alle esigenze di questo o quell'uso militante. 

Accade così quello che Giuseppe Pontiggia, acuto teorizzatore del "linguaggio autoritario", aveva diagnosticato negli usi ideologici della lingua tipici dei movimenti politici degli anni Settanta: per combattere l'autorità (che è per definizione ancorata al passato e alla tradizione, come ci ricorda Myriam Revault d'Allonnes), si assumono le forme semplificanti del linguaggio autoritario. La difesa di un uso legittimo diventa pretesa di estensione universale, anche in assenza del consenso della comunità che in quella lingua si riconosce.

La scelta dei verbi, dei modi verbali, delle persone diventa subito rivelatrice di questo atteggiamento. Al di là della bontà degli argomenti espressi all'interno del dibattito sulla definizione di "donna", che ha visto esperti ed esperte del Vocabolario Treccani rispondere una prima volta e poi una seconda alle sollecitazioni di un'attivista, supportata da altre firmatarie, autrice di una prima e di una seconda lettera che con insistenza hanno richiesto che fosse cambiata la voce "donna" all'interno del più ampio e autorevole dizionario liberamente accessibile online. 

Vi invito a cercare i verbi, e a soffermarvi sul loro uso, in particolare dove si formula esplicitamente una richiesta: Vi invito / Vorreste gentilmente / Sono certa che potrete... / Chiediamo cortesemente - cui seguono congiuntivi esortativi (ma si noti che nella seconda lettera si passa all'infinito iussivo). Ma osservate anche gli avverbi di enunciazione in -mente (cortesemente, gentilmente) che, mentre si sforzano di attenuare la perentorietà della richiesta, finiscono per aumentarne la portata polemica. Collaborano allo scopo i punti elenco, l'uso delle citazioni dirette (B.L. Whorf, Toni Morrison) e indirette (foucaltiano) o allusive (la luna e il dito di Confucio e De Gregori; i passi storici di Neil Armstrong e il dibattito sull'eliocentrismo; "il linguaggio è un'arma potentissima", traduzione del titolo del volume del 1980 di Dwight Bolinger dedicato a uso e abusi della lingua). Citazioni che (come ogni dato) sono sempre prese e avulse da un contesto all'interno del quale andrebbero valutate e discusse. Anche le accuse di "fallacia argomentativa" andrebbero del resto vagliate, specie se spese in un testo che ricorre alla manomissione delle parole (si veda l'interpretazione del termine eufemismo). 

Appare significativo, insomma, che per chiedere di cancellare la lingua del disprezzo e "contribuire alla costruzione e diffusione di una cultura più inclusiva e pacifica" si ricorra a un linguaggio autoritario che finisce per imporre in modo a tratti intimidatorio una rappresentazione del reale che la lingua sarebbe tenuta a rispecchiare (a costo di mutilazioni, distorsioni, semplificazioni). 

Non mettiamo qui in discussione la bontà della causa, ma i modi linguistici per raggiungerla. Perché, come Alice, non dovremmo accontentarci dello specchio, ma imparare ad attraversarlo. Col rischio di trovarci davanti quello che non ci piace: un ideale linguistico costruito su misura per soddisfare le esigenze del(la) parlante. 

Che lezione può trarne l'insegnante di italiano? L'urgenza di una didattica del dizionario, oltre che col dizionario (strumento sempre più presente nelle scuole a scopo di arricchimento lessicale, ma evidentemente poco conosciuto): i dizionari vanno capiti e usati bene, e per farlo bisogna avere imparato, così da coglierne la ricchezza e complessità insieme con i limiti. 

La scarsa utilità dei sinonimi e dei contrari, anche, quando costretti dentro un dizionario generale dell'uso: come diceva Donata Schiannini (mia e da tanti indimenticata maestra di lessicografia editoriale, che se n'è andata il 29 gennaio), dare in mano a un bambino un dizionario dei sinonimi e dei contrari è come mettergli in mano una mitraglietta carica. Meglio procedere con gradualità (scegliendo dizionari graduati, appunto) e rivolgersi a opere di spessore e d'autore, come il Trifone, oppure optare per i dizionari analogici (come questo), che nella rete lessicale della parola fanno spazio anche ai sinonimi. Peraltro sono questi i migliori strumenti a supporto della competenza di scrittura e dell'appropriatezza lessicale.

Del resto, scusate, perché mai dovremmo cercare (se non a scopo di indagine ideologica) il sinonimo di un termine fondamentale come donna? Quello che dobbiamo imparare è usare la parola giusta, in modo responsabile, ripetendola se necessario senza paura (e liberandoci dall'ossessione tutta italiana della variatio a ogni costo). Semmai potremo chiederci l'etimo di donna, e scoprire così che è imparentata con la domus, col domino, col duomo e col don. I sinonimi, gli eufemismi e i disfemismi del caso lasciamoli a chi preferisce non chiamare le cose col loro nome. Se poi vogliamo ricostruire la storia delle mentalità attraverso i dizionari, potremo leggere, per iniziare, il bel saggio di Nicoletta Maraschio su Continuità e continuità e discontinuità nelle cinque edizioni del Vocabolario degli Accademici della Crusca (Atti del X Convegno ASLI, Franco Cesati, 2013). 

E se proprio vogliamo giocare a correggere gli errata della storia, esercitiamoci con la tecnica del caviardage: basta recuperare un vecchio dizionario, come quello usato da Stefania Bandinu per realizzare questo collier. Perché la provocazione artistica è più bella dell'estensione del dominio della lotta.



  

P.S. Qui potete leggere un articolo su Nuove ideologie e nuove autorità in contesto europeo ("Circula", 10/2019). Se volete approfondire il tema del potere modellizzante/riflettente del linguaggio rispetto alla realtà, vi rimando a questo articolo divulgativo, uscito sulla rivista "Sapere" nel 2014.

sabato 27 febbraio 2021

Stereotipi e archetipi (ancora sul femminile, non solo grammaticale)

Quando si parla di femminile grammaticale, da una parte si levano scudi e si sbarrano cancelli, dall'altra si alzano spalle, si grida alla stecca o si rispolvera la vecchia arma del riso.

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Questi schieramenti non sono - come si potrebbe pensare - facilmente identificabili. E tantomeno si può pensare di etichettarli semplicisticamente per opposizione: femminista/maschilista, progressista/conservatore.

Il primo errore da non fare, quando si parla di femminile, è infatti quello di sottovalutare il peso delle divisioni interne ai movimenti femminili, e anche una certa ostilità reciproca che possiamo trovare all’interno di gruppi di donne che occupano con consapevolezza ruoli “apicali” nella società. (L'ultimo, significativo episodio, le polemiche verso una direttrice d'orchestra che - alla stregua di tante altre direttrici che operano in ambienti prevalentemente maschili - si è autonominata al maschile, direttore, per motivi che pertengono alla distinzione sociale più che alla grammatica, ma che andrebbero comunque rispettati - anche per evitare lo spiacevole "effetto matroneo", verso il quale è costretto ad alzare lo sguardo il compassionevole predicatore di turno). 

La scrittrice premio Nobel Toni Morrison, nel volume L’importanza di ogni parola, suddivide le donne americane in tre gruppi: le femministe dichiarate, le antifemministe e le umaniste non allineate; ciascuno di questi gruppi tende a sabotare l’altro (Donne, razza e memoria, 1989). In Italia la situazione, oggi, è certo più frammentata: accanto alle antifemministe, troviamo le vecchia guardia (essenzialiste o differenzialiste - ma oggi accomunate in quanto "separatiste", bollate come TERF o liquidate come binarie) nettamente separate dalla nuova generazione di "intersezionaliste".    

Morrison parla anche, in un altro scritto, dell'atteggiamento da sorellastre di Cenerentola” (nell'articolo omonimo). Queste sorelle, che negli adattamenti recenti e nella versione disneyana sono brutte e goffe, nella favola di Grimm sono “belle e bianche di viso”: si tratta cioè di donne di ceto sociale elevato (donne di potere) che contribuiscono all’oppressione di altre donne della famiglia. 

Ci troviamo dunque di fronte a un archetipo, proprio come quello del principe azzurro (per rimanere nel fiabesco) o l’immagine della donna messa a tacere dall’uomo, su cui ha scritto pagine luminose la classicista Mary Beard, nel suo Donne e potere, partendo da Penelope - che l'imberbe Telemaco rispedisce nelle sue stanze perché “la parola spetta agli uomini” (il mansplaining viene da lontano...). Ma possiamo pensare anche alla Griselda del Decameron, evocata dalla romanziera Antonia Susan Byatt in uno dei suoi racconti fantastici come esempio di voce ed energia femminile soffocata. 

Del resto, è un archetipo anche quello che vede generazioni diverse di donne in lotta tra di loro: una lotta simbolica che passa attraverso lo scambio di cibo, la trasmissione di pratiche affidata ad aghi e spille - ce lo ha spiegato l'antropologa francese Yvonne Verdier, analizzando le versioni dimenticate della favola di Cappuccetto Rosso (il libro è stato tradotto in italiano).

Gli archetipi sono immagini dal forte valore modellizzante in una certa tradizione culturale. Non vanno confusi con gli stereotipi (che a loro volta non vanno confusi con i prototipi...). E vanno conosciuti e riconosciuti quando ci occupiamo di certi temi, pena il rischio - non appena ci si ritrova in una posizione di visibilità o di potere - di assumere quello stesso atteggiamento che rimproveriamo agli oppressori: sfruttare il lavoro femminile (materiale e intellettuale) riducendo le (altre) donne al silenzio, o divorandole addirittura.

Scrive Toni Morrison, rivolgendosi alle studentesse neolaureate del Barnard College di New York nel 1979: 

Non voglio chiedervi bensì dirvi di non partecipare all'oppressione delle vostre sorelle.  [...] Mi allarma la violenza che le donne compiono sulle altre: violenza professionale, violenza competitiva, violenza emotiva. Mi allarma la prontezza di tante donne a ridurre in schiavitù le altre. Mi allarma la sempre più sfacciata indecenza nel mattatoio delle realtà professionali femminili. (Le sorellastre di Cenerentola, in L'importanza di ogni parola, p. 124)

Non vi siete accorte di questo atteggiamento in tante paladine del femminile? Beh, esiste un modo per smascherarlo, almeno nella scrittura: basta guardare le bibliografie, quando ce ne sono. Perché il sistema delle citazioni - come ho scritto alla fine di questo post - è una spia infallibile del modo in cui si cerca di costruire la propria autorità (chiamiamo le cose col loro nome, autorevolezza è una parola da pedagogisti ipercorretti e da influencer). Stabilendo alleanze e - ahi noi - occultando scientemente chi ci ha precedute o ci affianca, e da cui abbiamo imparato tutto quello che predichiamo dai pulpiti mediatici. 

Allo stesso modo per cui chi si appropria dei GRS (grafici radiali Sabatini) cita Tesnière (che rappresentava in altro modo, a forma di albero rovesciato, la struttura verbocentrica della frase) tacendo Francesco Sabatini, così capita che chi scrive di uso pubblico delle forme femminili citi la pioniera Alma Sabatini (che dell'altro Sabatini non è parente né congiunta, anche se fu lui a prefare la ricerca sul sessismo nella lingua italiana, commissionata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1986 - l'autrice morirà due anni dopo in un incidente stradale) tacendo il contributo scientifico e l'impegno a fianco delle istituzioni di chi ne ha raccolto il testimone: prima Gianna Marcato e poi, dal 2000 Cecilia Robustelli. Oppure citandone il nome ma tangenzialmente, magari per parole riportate in un'intervista. 

Io non mi capacito di quest'atteggiamento (potrei dire che sono "basita" o "offesa", ma non fingo sorpresa preparando l'offesa). Perché mina la credibilità di tutte le donne che hanno a cuore la questione femminile e, con sensibilità diverse (ma con la stessa cura amorevole e senza aggressivi protagonismi), cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni al problema della rappresentanza e dei diritti delle donne e di altre minoranze. Una questione non solo linguistica, evidentemente, ma anche sociale e politica. Che però non deve diventare, come avverte Toni Morrison, "un'astrazione, una causa": perché è anche e in primo luogo "una questione personale. Non si tratta solo di noi, si tratta di me e di te". 

Né l'amore per la causa deve farci dimenticare, come dice Patrizia Valduga (che ho già citato qui), che la storia della lingua è anche storia delle idee del passato: di pregiudizi, discriminazioni, superstizioni che non possiamo pretendere di cancellare con un colpo di spugna. Ce lo ricorda Valeria Della Valle nella lettera di risposta alle richieste di modifica di alcune voci del dizionario Treccani frutto del lavoro redazionale di generazioni di esperte ed esperti. 

Tenere a mente la dimensione storica della nostra lingua (che pure - con buona pace dei puristi - porta le tracce di architettricidottrici, lettrici, e perfino di una professora) è un atto dovuto per linguisti e linguiste. Loro, nostro compito sarebbe anche quello di sensibilizzare all’idea che non tutti i discorsi polemici portano necessariamente al raggiungimento di un accordo: un esempio è offerto dal dibattito francese sul velo nelle scuole, analizzato da Ruth Amossy, autrice del volume Apologia della polemica, recentemente tradotto dal francese. Secondo la studiosa israeliana, possiamo e dobbiamo elaborare una “retorica del dissenso” che educhi a gestire il disaccordo, evitando la polarizzazione delle opinioni e la tendenza a delegittimare l’avversario. 

Fondamentale è anche ricordare che le parole percepite come "ostili" possono ferire, ed è compito delle istituzioni trovare rimedi e lenitivi: il "politicamente corretto" da questo punto di vista può funzionare da strumento di difesa per le minoranze oppresse. Perciò è giusto promuoverne l'uso, ma senza imporlo dall'alto, senza ledere il diritto all'autodeterminazione dei soggetti interessati (non a caso i governi, i ministeri, le regioni, i comuni, le università che diffondono delle linee guida per contrastare la discriminazione usano formule come "si consiglia, si raccomanda…") e rispettando la grammatica di una lingua, che è garanzia di intercomprensione al di là delle microcomunità nelle quali ci si riconosce

Nello sforzarci di usare un linguaggio non offensivo, poi, dovremmo ricordarci che la convivenza di opinioni diverse è vitale all’interno di una democrazia: quando difendiamo la libertà di espressione non dovremmo erigere cancelli - ce lo ricorda l’americana Suzanne Nossel, autrice del volume Dare to speak. E quando mettiamo sotto accusa la cultura dell'odio, dovremmo evitare di alimentarla con il flaming virtuale, magari chiedendo la testa dei maschilisti o delle femministe d'antan. 

Infine, come donne che si autodefiniscono o vengono riconosciute "brave", dovremmo distinguere la bravura dalla bravezza: perché la lingua è un serbatoio di stereotipi in un senso e nell'altro. Al maschile, l'aggettivo bravo porta con sé una connotazione di ferocia rapinosa e impunita che al femminile per fortuna non c'è. O non ancora. 

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AGGIORNAMENTO: Parliamo di lingua politica al femminile a Lingua Batte (23 gennaio 2022)

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Di seguito, per chi volesse approfondire, la bibliografia scientifica essenziale che ho preparato nel 2020 per le Linee guida sulla visibilità di genere nella comunicazione istituzionale del mio Ateneo (i testi linkati sono leggibili online).

Con un'avvertenza: bisogna distinguere i suggerimenti da "Grammatica italiana" (quelli relativi alla corretta flessione dei nomi femminili) da quelli che pertengono alla dimensione del "Manuale/Codice/Dizionario di stile" a uso di redazioni, uffici ecc. alle prese con la scrittura di testi (qui si parlerà eventualmente di espedienti grafici come l'asterisco finale, accettabili in una e-mail aziendale ma non in un bando pubblico). E, soprattutto, tenere distinti diversi usi sociali della lingual'uso militante e mobilitazionista della lingua proprio dell'attivismo (che passa oggi per proclami social più che per collettivi, manifestazioni e tazebao) è altro rispetto all'uso istituzionale della lingua, all'uso quotidiano e colloquiale, all'uso con fini artistici. L'uso comune riposa su convenzioni frutto di un accordo storicamente condivisi dall'intera comunità, le regole grammaticali (come l'accordo di genere) non sono negoziabili e l'evoluzione della lingua segue ritmi naturali che non possono essere forzati da interventi autoritari (come ha mostrato l'esperienza della politica linguistica in età fascista).


Agenzia delle Entrate, Linee guida per l'uso di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere, Prefazione di Claudio Marazzini, 2020.

Carla Bazzanella, Genere e lingua, in Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. I., 2010, s.v.

Saveria Capecchi, La comunicazione di genere. Prospettive teoriche e buone pratiche, Roma, Carocci, 2018.

Stefania Cavagnoli, Linguaggio giuridico e lingua in genere. Una simbiosi possibile, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2013.

Stefania Cavagnoli, Laura Mori (a cura di), Gender in legislative languages. From EU to national law in English, French, German, Italian and Spanish, Berlin, Frank & Timme, 2019.

Fabio Corbisiero, Pietro Maturi, Elisabetta Ruspini (a cura di), Genere e linguaggio. I segni dell’uguaglianza e della diversità, Milano, Franco Angeli, 2016. 

Maria Vittoria Dell'Anna, Genere e rappresentazione del femminili nei testi del diritto e dell'amministrazione in Italia, "Kwartalnik Neofilologiczny", LXVI, 2/2019: 353-360.

Valeria Della Valle, Rita Fresu, Cecilia Robustelli, Carla Marcato, La lingua e il femminile, la lingua al femminileSpeciale          Treccani - Lingua Italiana, 2012.

Francesca Dragotto (a cura di), Grammatica e sessismo. Questione di dati? Lavori del Seminario interdisciplinare (2012), vol. 1, Roma, Universitalia, 2012.

Francesca Dragotto (a cura di), Grammatica e sessismo. Lavori del Seminario interdisciplinare (2014-2015), vol. 2, Roma, Universitalia, 2015.

Patrizia Gabrielli (a cura di), Elette ed eletti. Rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia RepubblicanaRubbettino, Soveria Mannelli, 2020. 

Giuliana Giusti, Susanna Regazzoni (a cura di), Mi fai male… Atti del Convegno (Venezia, Auditorium Santa Margherita, 18-19-20 novembre 2008), Venezia, Cafoscarina, 2009 (parte II: Mi fai male... con le parole).

Yorick Gomez Gane (a cura di), «Quasi una rivoluzione». I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero, con interventi di Giuseppe Zarra e di Claudio Marazzini, Firenze, Accademia della Crusca, 2017.

Silvia Luraghi, Anna Olita (a cura di), Linguaggio e genere. Grammatica e uso, Roma, Carocci, 2006.

Carla Marcato, Lingua e genere, in Manuale di linguistica italiana, a cura di S. Lubello, Berlin, de Gruyter, pp. 357-364.

Gianna Marcato (a cura di), Donna & linguaggio, Padova, Cleup, 1995. 

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, a cura del gruppo di lavoro MIUR coordinato da Cecilia Robustelli, Roma, MIUR, 2018.

Stefano Ondelli (a cura di), Le italiane e l'italiano: quattro studi su lingua e genere, Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, 2020.

Graziella Priulla, Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo, Cagli (PU), Settenove, 2014.

Cecilia Robustelli, Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l'uso dell'italiano, Roma, FNSI-GIULIA, 2014 (Prefazione di Nicoletta Maraschio).

Cecilia Robustelli, Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, Progetto “Genere e linguaggio. Parole e immagini della comunicazione”, Firenze, Comune di Firenze, 2012.

Cecilia Robustelli, Pari trattamento linguistico di uomo e donna, coerenza terminologica e linguaggio giuridico, in La buona scrittura delle leggi, a cura di Roberto Zaccaria, Atti del convegno (Roma, 15/9/2011), Roma, Camera dei Deputati, 2012, pp. 181-198.

Cecilia Robustelli, Sindaco e sindaca. Il linguaggio di genere, Roma, Accademia della Crusca e la Repubblica, 2016  (Postfazione di Claudio Marazzini).

Cecilia Robustelli, Infermiera sì, ingegnera no?, in I temi del mese (2012-2016), a cura di Claudio Marazzini, Firenze, Accademia della Crusca, 2016, pp. 11-13.

Cecilia Robustelli, Lingua italiana e questioni di genere. Riflessi linguistici di un mutamento socio-culturale, Roma, Aracne, 2018.

Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Commissione Nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1987.

Maria Serena Sapegno (a cura di), Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole, Roma, Carocci, 2011.

Anna Maria Thornton, Quando parlare delle donne è un problema. In A.M. Thornton, M. Voghera (a cura di), Per Tullio De Mauro. Studi offerti dalle allieve in occasione del suo 80° compleanno, Roma, Aracne, 2012, pp. 301-316.

Anna Maria Thornton, Per un uso della lingua italiana rispettoso dei generi, Università dell'Aquila, 2020 (Prefazione di Paolo d'Achille).