domenica 18 gennaio 2026

Il latino, per chi comincia da zero (la valenza nel manuale di Lubian e Salvioni)

Da poco uscito per il Mulino, il volume di Francesco Lubian (giovane professore dell'Ateneo padovano) e Luigi Salvioni (professore di lungo corso nei licei classici, oltre che all'università) si presenta come un manuale corposo, di oltre 400 pagine, pensato per avvicinare alla conoscenza del latino non preadolescenti della scuola del primo ciclo, ma studenti dell'università che non abbiano incontrato il latino a scuola nel corso della scuola "superiore". Sappiamo infatti che sempre più studenti "medi" si orientano verso percorsi di liceo senza latino, o nei quali comunque lo studio del latino è ridotto a rudimenti che non consentono di affrontare lo studio universitario della materia (quello cioè che dovrebbe mettere in grado di insegnare latino a scuola). Molti di questi studenti, però, continuano a scegliere percorsi di laurea umanistico-letterari in cui il latino costituisce un perno e spesso un ostacolo difficilmente superabile. Le università si sono da tempo attrezzate, fornendo corsi di "Latino zero", appunto, o anche di "Latin for beginners" (nome di un corso padovano tenuto da Lubian).



Va detto subito che il libro si basa sul tipico apprendimento fondato sul metodo regole/esercizi. Il latino, insomma, è considerato per quello che è: non una lingua viva, che si possa imparare a parlare con un metodo comunicativo, ma una lingua morta, perché solo scritta, che si può affrontare con un metodo grammatical-traduttivo, partendo dalle lettere dell'alfabeto, procedendo dalle parole alle frasi e così via. Lingua morta nella sua cristallizzazione classica, si intende. Ma in realtà vivente: sia perché presente nel nostro paesaggio linguistico (le epigrafi che vediamo intorno a noi, i latinismi che usiamo ogni giorno et cetera), sia perché l'italiano è il latino: non il latino degli autori che si studia a scuola, ma quello del popolo (il cosiddetto "latino volgare"), che si studia all'università nei corsi di filologia romanza e di cui la Storia della lingua italiana (altra disciplina universitaria troppo poco presente nella scuola) ci mostra il cammino da lingua "circa roman(z)a" parlata in alcune regioni della penisola a lingua dell'Italia unita: un cammino che ha progressivamente e definitivamente separato l'italiano dal latino, e che continua ancora oggi (l'italiano cambia, il latino no).

Prima di scorrere i contenuti del libro (che ha il merito di affrontare lo studio della sintassi latina introducendo concetti come quelli di "sintagma" e di "valenza") vorrei fermarmi un momento per riflettere su uno degli argomenti del dibattito intorno ai vantaggi di uno studio precoce del latino. Si tratta del suo presunto valore "formativo": non tanto per la comprensione dei testi della classicità (vantaggio indubbio, che si ottiene però dopo anni di studio e di pratica), ma per una migliore comprensione e padronanza dell'italiano. Difficile sfuggire a questo luogo comune per chi si sia formato nel nostro sistema educativo. Ma siamo sicuri che il latino classico serva a spiegare l'italiano, e che l'introduzione anticipata del suo studio possa rimediare ai guasti di un'educazione linguistica deficitaria nelle nuove generazioni? Per poterlo affermare con una certa sicurezza, prima ancora di disporre di evidenze scientifiche, occorrerebbe mettere i discussione i presupposti di questo assioma. Innanzitutto bisognerebbe chiedersi: il latino è utile perché somiglia all'italiano (come una madre a una figlia) o perché ne differisce al punto che possiamo considerarle non solo due lingue a sé stanti, ma lingue tipologicamente distanti? Basti pensare, per fare un esempio di profonda differenza, al sistema dei casi che vige in latino, e che permette di prevedere le relazioni sintattiche a partire dalle marche morfologiche, laddove in italiano vige la gerarchizzazione e l'ordine bloccato dei costituenti frasali (proprio per questo motivo, il metodo migliore per avvicinarsi alla comprensione del funzionamento dell'italiano non è quello che va dalla parola alla frase, ma quello che va dalla frase alla parola). Queste differenze dovrebbero già metterci in guardia rispetto ai rischi che corriamo quando usiamo il latino come alibi scolastico per mantenere in vita terminologie grammaticali desuete e inutili per l'analisi dell'italiano (come la famigerata casistica dei complementi). Vero è che i confronti tra lingue distanti possono far crescere nei discenti la competenza metalinguistica nella lingua di scolarizzazione (nel nostro caso l'italiano), come mostrano gli studi relativi alle classi plurilingui, ma non è pensabile che si possano fare confronti tra una lingua che evidentemente dominiamo poco e male (tale è l'italiano anche per tanti nativi) e una che non conosciamo affatto, come il latino.

Chiusa la parentesi sulle "ragioni di una lingua" come il latino, ovvero sui buoni motivi per studiarla (ci verrebbe da dire che il migliore motivo è proprio la mancanza di possibili applicazioni pratiche, che certo ne rafforza il carattere elitario ma tiene intanto lontane le tentazioni del neoliberismo), torniamo alle ragioni del libro. I quattro motivi per cui vale la pena procurarselo, anche se non si è latinisti in erba o dilettanti, sono enunciati dagli autori nella premessa:

- l'esposizione chiara e graduale degli argomenti grammaticali

- l'utilizzo di esempi d'autore

- l'attenzione alla dimensione del lessico

- il corredo di esercizi (con soluzioni alla fine).

Aggiungerei la trasparenza dei titoli di capitoli e paragrafi, che spesso ci orientano proprio su quelle differenze cui si accennava sopra: "Una lingua senza articoli: le parti del discorso" (I.3), "Una lingua iperflessiva: il sistema dei casi" (I.4), oppure ci guidano alla scoperta di fenomeni di eredità che consentono di sciogliere dubbi sulla nostra lingua: "Come si accentano in latino (e in italiano) le parole di origine greca?" (box pp. 36 s.: si dice sclèrosi o scleròsi?).

Ma il cuore sorprendente di questo libro si trova nei capitoli VII ("Il sistema verbale latino e il concetto di valenza verbale"" e XII ("La frase minima: dalla comprensione alla traduzione"). Ho trovato quasi commovente la scelta di adottare la terminologia invalsa nella grammatica "valenziale" italiana (argomenti, circostanti ed espansioni) e i grafici radiali (a fianco degli alberi di frase) per descrivere la struttura della frase costruita intorno al nucleo verbale. Del resto, "il verbo è il cuore sintattico e logico-semantico della frase latina: esso occupa infatti il vertice delle connessioni fra i costituenti della frase ed è il fulcro del suo significato" (p. 73 s).

Ecco tre grafici riprodotti alle pp. 122 e 123.


Non vi è venuta voglia di leggerlo per vedere come va a finire?
...

Lo presenteremo a Bologna, presso il FICLIT, il 20 febbraio alle 15. Seguiranno dettagli...



 

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