lunedì 8 gennaio 2018

Si stava meglio prima? Riflessioni in margine ad alcune letture

Nel corso delle vacanze ho fatto alcune letture sparse, che ora mi pare di poter legare insieme.
Inizio da un racconto di Anna Maria Ortese, Natale con don Milani, apparso nel gennaio 1959 su "Italia Domani", poi raccolto - insieme ad altri scritti che testimoniano la fortuna controversa del Priore nella cultura italiana degli ultimi cinquant'anni - nel volume L'apocalissi di don Milani (a cura di Mario Gennari, Scheiwiller 2008).
Un racconto incantevole, come la scrittura di Ortese (insieme con quella di Cristina Campo, una delle vette della prosa novecentesca per chi voglia guardare oltre il canone).
Tutti sanno come finisce, e spesso incomincia, un lungo sogno: con un senso di mutamento così rapido da non potersi, lì per lì, avvertire chiaramente; e ignote voci, e luci.  
E' la descrizione del momento che precede l'incontro con "l'uomo che somigliava a un soldato russo", vestito da prete, "col suo pensieroso disprezzo, e insieme una nobiltà assoluta". Era andata a cercarlo a Calenzano, che - come ci ricorda De Mauro nell'intervista rilasciata a Francesco Erbani (La cultura degli italiani, Laterza, 2004 e 2010, p. 99) - è il vero luogo di nascita della Scuola di Barbiana: "nel suburbio fiorentino, a contatto con realtà precocemente in via di disfacimento, con drammi come l'abbandono scolastico".
Il viaggio da Calenzano verso il Mugello, con mezzi e accompagnatori di fortuna, nel "silenzio di corallo" della montagna illuminata solo dalla luna, ci restituisce la parabola di un uomo che, là dove finisce il sentiero, nel luogo del suo sdegnoso e sofferto isolamento, col "sorriso lieve di chi ha deciso, di chi ha scelto il coraggio, e se ne andrà lontano", continua a interrogare le nostre coscienze.

Parlano di lui anche due altri libri che, in pila, aspettavano di essere letti: La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole, di Vanessa Roghi (Laterza, 2017) e Tutti i banchi sono uguali. La scuola e l'uguaglianza che non c'è, di Christian Raimo (Einaudi, 2017). Due voci intervenute -  nel dibattito seguito alla lettera-appello dei 600 - in difesa della lezione (la lettera) donmilaniana, contro le interpretazioni autoritarie di chi ancora ritiene di doversi scagliare contro il presunto "donmilanismo" egemone nella nostra cultura.

Perché, se don Milani ha rappresentato e rappresenta lo snodo centrale di ogni riflessione sulla necessità di riformare la scuola, e insieme il primo imputato della crisi della scuola pubblica (come ci ricorda Vanessa Roghi nel suo libro, che ripercorre un capitolo della nostra storia culturale), il discorso egemone nella nostra cultura è ben altro, e Raimo ce lo spiega in un capitolo del suo libro intitolato La retorica del tempo che fu, ovvero tutti contro don Milani.
Il tempo che fu, appunto: l'idealizzazione di un passato in cui le cose andavano meglio. Ma è davvero così? Michel Serres, uno dei vegliardi più lucidi e brillanti del panorama filosofico francese, nel suo libello polemico (C'était mieux avant, Le Pommier 2017) testimonia che no, decisamente no: prima non si stava meglio, anche se ci piace raccontarcelo e raccontarlo ai più giovani; alla Petite poucette destinataria del suo precedente volume (tradotto in italiano da Bollati Boringhieri nel 2013 col titolo Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzioneranno il sapere) - la disoccupata o precaria che pagherà le pensioni dei laudatores temporis acti.



Del resto, basta fare un giro in libreria per rendersi conto della quantità dei titoli dedicati alla bellezza e genialità delle lingue morte (e di chi le studia). Senza commettere l'ingenuità di buttarli nel calderone in cui bolle il brodo ideologico dei passatisti, mi limito a rilevare la coincidenza tra la fortuna editoriale di questi titoli (ai quali si è recentemente aggiunto Ama l''italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella di Annalisa Andreoni, per Piemme - nel tentativo di rivitalizzare l'amore per una lingua che evidentemente è data per moribonda anch'essa), e la pervicacia con cui alcune voci cercano di affondare ogni ansia novatrice che rischi di allontanarci dalla tradizione.
Una tradizione, la nostra, che da sempre assegna un primato ideale alla cultura umanistica (alle belle lettere) e, all'interno di questa, alle lingue classiche. E che, anche nello studio scientifico della lingua, riconosce un blasone di distinzione solo agli studi filologici e alla presa in conto della dimensione storica - come ci ricorda De Mauro nel volume citato. (Che poi - sempre per citare De Mauro - "il grande filologo o il grande storico dell'arte quando, molto raramente, parlano di scuola, mostrano il più delle volte di non sapere di cosa si tratta", e comunque si preoccupano solo dei licei, percepiti come la scuola per/di eccellenza, l'unica di cui valga la pena occuparsi).

E se provassimo a guardare avanti senza farci scudo (ma facendo tesoro) del passato?
E' il mio augurio per il nuovo anno.

(Ci vuole coraggio, don Lorenzo: "il primo / dei tuoi prestiti e forse non l'hai mai saputo")

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