sabato 16 settembre 2023

Dalla valenza all'accoglienza

Quest'estate ho visitato per prima volta Montpellier, sede di un'antica Università, in cui aveva studiato il nostro Francesco Petrarca. Negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, quando la formazione degli insegnanti di scuola era affidata alle Ecoles Normales, con collegi distinti in maschili e femminili, in quella Università insegnò il professor Lucien Tesnière, l'iniziatore della grammatica della dipendenza o delle valenze.

Linguista poliglotta, esperto in didattica delle lingue, mentre disegnava i suoi schizzi di una sintassi strutturale applicabile a tutte le lingue del mondo, partecipò attivamente alla programmazione didattica della scuola primaria annessa all'Ecole normale des institutrices, collaborando con le insegnanti in formazione alla creazione di quello che oggi chiameremmo un "curricolo verticale" di riflessione linguistica. 


Oggi quella scuola non esiste più: su indicazione della collega Michèle Verdelhan, l'ho cercata alla fine della rue de l'Abbé de l'Epée. Ho trovato un grande edificio in stato di semiabbandono, che ha ospitato uffici dell'università ed è oggi è adibito a centro di accoglienza per immigrati.



A sinistra della facciata si vede ancora la piccola corte su cui si affacciava la scuola primaria: i decori alle vetrate, un lavabo, il giardino cresciuto senza cure. Dall'interno, voci in altre lingue.

Timeo hominem unius linguae aveva scritto Tesnière in chiusura della sua opera monumentale, uscita postuma nel 1959. Così ho pensato che forse avrebbe apprezzato questo nuovo vocio plurilingue che è tornato ad animare le aule. E quella parola, ACCUEIL, maschile in francese, che campeggia nel corridoio. Il cancello e la porta aperta, come in ogni scuola che riapre, in questi giorni di settembre.     

venerdì 23 giugno 2023

La lingua "matura" delle tracce d'esame

Primo giorno di esami (di maturità.) Si aprono le buste sigillate del ministero e si coprono le tracce della prova di italiano della maturità stimolano sempre riflessioni e critiche, che si concentrano per lo più sugli autori (rare le autrici) e i testi proposti per i diversi ti di prova (A-testo letterario, B-testo argomentativo, C-attualità) e sull'idea di scuola che traspare.


Immagine tratta dal volume Quasimodo visto dai bambini Zafferana Etnea, 2001

Io ho provato ad analizzare linguisticamente i testi e le consegne delle prove strutturate che hanno sostituito il vecchio tema. Perché dal 2019 la prova di scrittura chiede di rispondere a domande di comprensione e interpretazione del testo stimolo, prima di passare alla produzione scritta "libera".  

Quello che mi interessava capire è se le consegne tengano fede al presupposto di "partire dal testo" e da alcuni "appigli" per promuovere una struttura "situata" o se usino il testo come pretesto per riproporre il vecchio esercizio retorico del componimento a tema.

Perché, nonostante le buone intenzioni della Commissione che ha elaborato i nuovi criteri per la prova, è difficile scardinare abitudini consolidate negli insegnanti che preparano alle prove d'esame e in quelli che dovranno valutarle. La trasposizione didattica è sempre un processo complesso, che raramente funziona in modo retroattivo, influenzando le pratiche (è più facile far rientrare il vecchio nel nuovo che far entrare il nuovo nel vecchio). 



domenica 28 maggio 2023

La lezione di don Milani: scrivere insieme

In occasione del centenario dalla nascita di don Milani, RAI Storia ha mandato in onda (e reso disponibile sulla piattaforma Raiplay) il documentario presentato a Venezia nel 2017, per i 50 anni dalla sua morte: Barbiana 65 - La lezione di don Milani, con filmati d'epoca girati da Angelo D'Alessandro, montati dal figlio Alessandro D'Alessandro insieme con interviste recenti a testimoni e interpreti della lezione di don Milani, Adele Corradi tra loro. 

Tra i momenti fissati dalla cinepresa c'è quello dedicato alla scrittura collettiva: insieme a don Lorenzo i ragazzi rispondono a una lettera sul divieto di fumare. Li si vede rigirare tra le mani dei fogli. Don Lorenzo, seduto su una sdraio al centro della grande aula della canonica, legge le prime due frasi e apre la discussione: "Allora chi ha delle correzioni da fare lo dice e si va avanti". Un ragazzo obietta che la parola storture potrebbe non essere capita da chi legge. Don Milani ribatte che viene da storto, una parola che tutti conoscono, per cui chi legge stortura anche se non conosce la parola ne afferra il significato.   

"Quando si decide di scrivere si prende un tavolo molto grande con tutti questi fogliolini e si prova a vedere se si riesce a fare uno o due capitoli. Ognuno ha a dir poco una parola felice, un'espressione felice... I ragazzi che hanno saputo scrivere male sono però capaci di giudicare a un livello maggiore di come sanno scrivere. Si cerca la verità per iscritto. Via via la si perfeziona nella ricerca della massima efficacia col minimo di parole"

"Massima efficacia col minimo di parole" - ripete Milani, riprendendo concetti già espressi in una lettera inviata a Mario Lodi, due anni prima (pubblicata da Lodi in appendice a Il paese sbagliato, 1970, e già apparse su "Cooperazione educativa", la rivista del MCE, nel 1967). 

Adele Corradi era arrivata a Barbiana il giorno in cui iniziava la corrispondenza con i bambini di Lodi e aveva affiancato don Lorenzo negli ultimi anni di insegnamento, stabilendosi in una fattoria vicina alla canonica e chiedendo il trasferimento nella scuola media di Borgo San Lorenzo (dove insegnava al mattino)Le sue parole, mentre scorrono le immagini in bianco e nero del documentario, si stagliano con la forza di chi ha praticato l'umiltà dell'attenzione:

"La scrittura collettiva sarebbe uno strumento prezioso per la scuola di oggi. Tutti dicono la loro, tutti rimangono coinvolti nella composizione del testo. Questo è utilissimo per sviluppare una capacità di scrivere non solo corretto, ma chiaro, semplice, senza fronzoli. Si ottiene una scrittura che è frutto di riflessione, e di riflessione collettiva." 

Poi, leggendo e citando don Milani, continua: "Penso di sfondare una porta aperta se dico che i giovani hanno oggi ben poche occasioni per imparare ad ascoltare, a riflettere e a discutere".



E ancora: "Milani ricordarlo non serve a nulla: servirebbe sfruttarlo, vedere se può essere utile il suo modo di pensare..."

    Sono parole che Adele ha ripetuto con forza anche durante il nostro incontro, un anno fa. Ero andata a intervistarla in occasione del centenario di Mario Lodi, per saperne di più sulla genesi del metodo e sulla pratica della scrittura collettiva a Barbiana. 

    Così mi ha raccontato come si faceva scrittura collettiva a Barbiana e come ha imparato a farla lei, professoressa in una scuola media statale  

Sul come e sul perché fare scrittura collettiva Adele aveva le idee chiare: 

    Per parte sua, don Milani, che mai le dava consigli sul come fare scuola al mattino, le aveva raccomandato tante volte di provare con la scrittura collettiva: "Lo faccia, vedrà che si troverà bene". Ma in classi con trenta alunni e ore scandite dalle campanella, sembrava impraticabile: pensare di non andare avanti fintanto che anche l'ultimo non avesse capito.
Poi, vari anni anni dopo la morte di Milani, e non senza esitazioni, ci aveva provato. L'occasione era stata la discussione intorno a una proposta che aveva fatto ai suoi alunni: ridurre a due i voti - 6 per chi fosse sopra la sufficienza e 5 per chi fosse sotto. Votazione in classe a scrutinio segreto. Maggioranza assoluta come condizione per sottoporre l'ipotesi a preside e genitori. Salta fuori un no, inizia la ricerca minacciosa della voce contro da parte dei compagni. Allora la professoressa chiede a ognuno di scrivere su un foglietto anonimo le proprie ragioni per il sì o per il no senza pensare né a dare un ordine alle frasi né alla correttezza formale. Ne risulta, attraverso varie fasi di ideazione e revisione - individuali e condivise - un testo collettivo sull'utilità o meno di dare voti. Un testo in cui tutti potevano riconoscersi e che risultava migliore del testo che ognuno, singolarmente, avrebbe potuto produrre. 

    Una lezione che ho provato a trasmettere a mia volta alle mie studentesse, future insegnanti di scuola primaria. Ho ricevuto da Adele le indicazioni precise e ho provato a seguire le dieci fasi da lei messe a punto nel corso di un laboratorio estivo di 16 ore. Abbiamo fatto scrittura collettiva utilizzando al contempo un grande tavolo di vetro con foglietti sparsi e, per chi era a distanza, uno schermo con una bacheca virtuale condivisa e caselle di testo mobili. Un'esperienza tanto faticosa quanto entusiasmante: alla fine "ci fumava la testa" - ha detto una studentessa, ripetendo senza saperlo la frase che un'allieva di Adele aveva pronunciato alla fine della stesura di un testo collettivo.


    Se ognuna di loro trasmetterà questo insegnamento nelle proprie classi avremo  "sfruttato bene" don Milani e seminato per il futuro, io credo.


P.S. Chi volesse approfondire il tema della scrittura collettiva nelle pratiche di don Milani e di Mario Lodi può leggere il saggio che ho scritto per questo volume ad accesso libero.