sabato 22 agosto 2026

Sui "Dialoghi grammaticali" di Maria G. Lo Duca

Si può parlare di grammatica in forma di dialogo?

L'abitudine a pensare alla "grammatica" come a un'esposizione della materia in forma di trattatello, dall' ABC dell'ortografia alle regole più complesse della scrittura, ci ha fatto dimenticare che alla forma del dialogo è stata spesso affidata, nei secoli scorsi, sia la discussione sulle questioni linguistiche (un nome su tutti: Pietro Bembo, di cui a p. 92), sia l'arte di insegnare ai più giovani i rudimenti della disciplina linguistica (basti pensare alla Grammatica di Giannettino per le scuole elementari di Collodi). Nel primo caso abbiamo a che fare con un dialogo tra pari che si confrontano intorno a temi di lingua; nel secondo caso ci troviamo di fronte a un dialogo asimmetrico, a carattere educativo, tra un precettore/un'istitutrice che conosce la grammatica e uno o più bambini che devono impararla.  

Guardando la copertina dell'ultimo volume di Maria G. Lo Duca, uscito per Carocci all'inizio dell'estate, sembrerebbe di trovarsi di fronte a un libro del secondo tipo: l'immagine stessa della Grammatica raffigurata nell'incisione in copertina (una nobildonna seria ma affabile, in abiti secenteschi, che mostra un'abbecedario) e il nome dell'autrice (un'autorità nell'ambito della linguistica educativa, che del dialogo "maieutico" all'interno degli "esperimenti grammaticali" ha fatto un metodo didattico), sembrano indirizzarci verso la seconda ipotesi. Eppure il titolo pirandelliano sembra alludere a una varietà di personaggi, di interlocutori pronti a sollecitare la signora Grammatica, che troviamo elencati nell'indice. Dieci personaggi che incontrano la Grammatica (o che la Grammatica invoca per parlare di sé) e altrettanti dialoghi: il primo è con un bambino, segue una maestra, e poi un genitore, uno studente liceale, una professoressa, una studentessa Erasmus, un accademico... Fin qui sembrerebbe di rimanere nel campo dell'educazione, magari con qualche confronto tra punti di vista diversi sui temi affrontati ("alcuni specifici snodi grammaticali ritenuti, a torto o ragione, di interesse abbastanza generale" - scrive l'autrice nella Postfazione), sulle ragioni e i metodi usati a scuola per insegnare la grammatica, sulle responsabilità della comunità educante in un ambito centrale come quello della formazione linguistica. 

Ma l'apparire di un leopardiano "passeggero" incontrato su un treno, di una "giornalista" (un'altra viaggiatrice) e di una "femminista" (questa volta una camminatrice che ha perso di vista la sua comitiva) ci orientano verso un ambito diverso: quello del dibattito pubblico sulla lingua, che riguarda spesso l'alternativa "giusto/sbagliato" sul piano grammaticale (congiuntivo, anglismi e dintorni) o su quello della sensibilità sociale (femminili di nomi di professione e carica e maschili generici). Come scrive Edoardo Lombardo Vallauri in un libro ugualmente uscito in questo 2026 per Il Mulino, L'italiano in bilico, "ogni studioso di scienze del linguaggio si trova spesso a fronteggiare questo genere di richieste. Sembrerebbe che l'appello alla nostra scienza nasca soprattutto dal desiderio di non sbagliare. [...] Ma la motivazione non è sempre tutta in questa lodevole ansia di perfezionarsi. Succede che [...] dietro la domanda c'è un salotto, dove qualcuno vuole trionfare. La linguistica, dunque, vale a dire lessico, grammatica e ortografia, come strumento per cogliere in fallo" (p. 13). E qui l'immagine offerta da Vallauri è quella dell'arte Grammatica rappresentata in una formella del Campanile di Giotto a Firenze: "una minacciosa istitutrice, armata di frustino (crudelmente arricchito di nodi) che reprime dei fanciulli" (p. 14). 

Se l'ansia di perfezione o di repressione sembra sollecitare nei dialoghi grammaticali questi aspetti della grammatica, ben radicati nell'immaginario collettivo (l'"errore" è del resto uno dei temi trasversali che percorre il libro), la nostra Grammatica ci riconduce, attraverso la sua civile e garbata conversazione, spesso tecnica ma mai pedante, alla ragionevolezza di un'arte che è nata per sedimentazione di un sapere secolare, allo scopo di rendere esplicito (di codificare e trasmettere) il modo in cui diamo forma ai nostri pensieri e cerchiamo di comunicarli in una certa lingua. Parlare di grammatica, così, diventa un modo per mettere in moto il pensiero: che si tratti di rivedere luoghi comuni e false certezze, di richiamare la nostra esperienza scolastica, di riflettere su quanto i bambini sappiano di grammatica per il solo fatto di parlare spontaneamente una lingua (la cosiddetta grammatica "innata") o di confrontare lingue diverse per scoprire come si impara un'altra lingua (passando per una "interlingua" di cui il brillante dialogo con la studentessa spagnola offre un esempio vivace e credibile).

Insomma, un libro che risponde, indirettamente, alla domanda "La grammatica a scuola serve?" - che ha infiammato il dibattito pubblico alla vigilia della pubblicazione delle Nuove indicazioni nazionali per il curricolo (si veda, da ultimo, il fascicolo della "Crusca per voi" 2026/1 dedicato al tema). Ma che offre anche un'immagine credibile della scuola oggi, con le tensioni che la percorrono (come la sfida posta dalle classi plurilingui) e le pressioni che la incalzano (compreso l'uso dell'intelligenza artificiale per i compiti), e di una società che si appassiona alle questioni di una lingua chiaramente percepita come tratto identitario e segno di "distinzione sociale", ma poco conosciuta nel suo funzionamento strutturale (spesso anche da chi dovrebbe insegnarla).

Il mio consiglio è quello di leggere il libro: nelle 120 pagine che lo compongono troverete sicuramente un personaggio in cui rispecchiarvi, una convinzione da rivedere, un problema da affrontare, un dubbio da risolvere, magari accompagnato da una soluzione a cui finora non avevate pensato, illustrato con la chiarezza di cui solo Grammatica (se avete la pazienza di ascoltare la sua voce esperta e fresca insieme) sa dare prova. 

E se vorrete approfondire, la Postfazione (pp. 129-134) vi indicherà altre letture alle quali rivolgervi, senza dimenticare il Dizionario di base della grammatica italiana della stessa autrice, di cui avevamo parlato qui, e il suo Viaggio nella grammatica, qui recensito.