domenica 9 dicembre 2018

I sotterranei del museo (sul libro di Giuseppe Antonelli)

A Parigi, nel quartiere latino, esiste un museo che non si trova sulle guide turistiche: si chiama Mundolingua. The Museum of Languages ed è aperto tutti i giorni (è uno degli oltre 60 musei linguistici sparsi nel mondo). Si sviluppa in un piano terra, dedicato al linguaggio come facoltà biologica, e in un seminterrato dedicato alle lingue del mondo. L'ho scoperto grazie a Mark Oremland, ospite del convegno La divulgazione della linguistica. La linguistica della divulgazione, che si è tenuto a Bologna lo scorso giugno. Ho subito apprezzato l'idea di mettere nelle fondamenta dell'edificio le lingue con la loro diversità e le loro storie.
In ogni caso, al di là del valore simbolico della scelta, mi pare importante prevedere, prima ancora dello sviluppo in verticale di un edificio, un basamento solido. Per questo sono rimasta frastornata nel vedere la piantina dell'ideale museo della lingua italiana immaginato e (de)scritto da Giuseppe Antonelli (p. 7) nel libro omonimo. Tre piani in cui sono collocati 60 oggetti rappresentativi della storia della nostra lingua: dal graffito di Commodilla (fotografato e studiato da Francesco Sabatini) al ciclomotore "Ciao" (un marchionimo che allude all'italianità del prodotto, come anche il "Sì" della stessa azienda, collocato nel vestibolo del museo per amor di ring-composition misto a nostalgia degli '80).     
 



Si parte dall'antico e si sale verso il contemporaneo: da questo punto di vista nessuna sorpresa, se non l'inedito spazio riservato all'oggi e al passato più recente rispetto alle origini, e lo spazio riservato alla lingua quotidiana, usata cioè senza intenzioni artistiche.
Sulla reificazione di un oggetto per sua natura simbolico come la lingua si potrebbe discutere, ma la fortuna della critica letteraria tematica, dal bel volume di Francesco Orlando in giù, ci ha ormai abituati a questa prospettiva nella cultura umanistica (si veda anche il recente Storia del Mediterraneo in 20 oggetti, scritto da Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli per Laterza). Quanto alla forma, il gusto per l'elenco è stato da ultimo celebrato da Umberto Eco con La vertigine della lista, il libro pubblicato da Bompiani nel 2010, nato da un invito del Musée du Louvre.

Gli oggetti (o i concetti cui certe immagini rimandano) scelti da Antonelli sono tutti significativi, e la varietà è impressionante. Molti erano già apparsi nella mostra Dove il sì suona. Gli italiani e la loro lingua, organizzata nel 2003 a Firenze dalla Società Dante Alighieri sotto la direzione scientifica di Luca Serianni. Ma l'idea di un repertorio di prodotti che fanno L'italianità (intesa nel senso sociale, di identità italiana) richiama anche il volume omonimo curato da Giulio Iacchetti per l'editore Corraini (con illustrazioni di Ale+Ale), uscito nel 2008. Quel volume, oggi fuori commercio, comprendeva anche un "oggetto" linguistico (oltre ai tanti oggetti di consumo che la pubblicità ha trasformato in icone): le Frasi dei film di Fantozzi, raccontate da Tommaso Labranca.
Va da sé che ognuno di noi potrebbe segnalare la mancanza di qualche oggetto in questo museo sognato: io, per esempio, avrei voluto trovarci, insieme al cannone  (p. 222, secondo piano), il cannocchiale di Galileo. Accoglierlo avrebbe significato non solo far posto a uno strumento pensato per "vederci lungo", ma dare il giusto rilievo a una parte troppo spesso trascurata della nostra storia linguistica e culturale: la lingua della scienza (questo, per inciso, avrebbe concesso di citare una studiosa come Maria Luisa Altieri Biagi per qualcosa di più rilevante dell'episodio familiare riportato a p. 195: un dibattito generazionale pro o contro il telefono vs la lettera nel rapporto amoroso).


Ma non sono le piccole o grandi mancanze a compromettere la statica dell'edificio, quanto il disegno complessivo. Parlavo di fondamenta, appunto. Le fondamenta di un libro (anche di un libro di alta divulgazione) si ricostruiscono attraverso la trama dei rimandi, espliciti o impliciti, ai lavori altrui. Le citazioni, infatti, disegnano una sorta di spazio intermedio in cui circolano identità di studiosi (e studiose) in dialogo. Per dirlo con un poeta:

Le citazioni, visibili a tutti, sono le cesure nel monologo. Segnano, come il taglio nella propria carne, l'irruzione nel sancta sanctorum - nel mondo espressivo del soggetto. (Dars Grünbein, I bar di Atlantide, Einaudi, 2018, p. 46)

Le citazioni sono considerate uno strumento retorico al servizio dell'autorità linguistica (un'autorità presa in prestito da chi ci ha preceduti, o ci accompagna nel cammino): servono a dimostrare dimestichezza con certi testi e codici; più in generale sono funzionali alla legittimazione del dire. Ma servono anche per disegnare una geometria dei rapporti, per creare un'aria di famiglia. Possono giovare inoltre a promuovere il proprio gusto, le proprie gerarchie di valore.

Ora, quello che mi pare mancare in queste pagine - pur così sapide, ricche e godibili -  è una coralità  di fondo nel disegno. Ciò che mi rende esitante sulla soglia di questo sontuoso edificio è il fatto di non sentirmi a casa nel luogo che pure ho eletto a mia dimora ideale: la nostra lingua comune, con la sua storia, la sua grammatica, la sua tradizione letteraria e scientifica. 
Mi si obietterà che questa è un'impressione soggettiva, ma un museo nasce con l'obiettivo estetico di rispondere a un sentimento generale (che a sua volta la museificazione rende legittimo agli occhi di contemporanei e posteri). Perfino un "museo immaginario", come quello di cui parlava André Malraux, non può sottrarsi alla responsabilità della "metamorfosi" degli oggetti raccolti ed esposti in memorabilia, e della trasformazione di una selezione tra le tante possibili nell'immagine di un tutto possibile. 

Allora, la modesta proposta che mi sento di fare per riequilibrare il disegno è quella di scavare un piano seminterrato in cui rendere visibili le trame della storia. In cui ricordare, a uso delle scolaresche in visita, chi quel museo ha contribuito a edificarlo: glottologi, filologi, linguisti del passato più e meno recente, che la scrittura agile e brillante di un libro per il grande pubblico non può soffermarsi a enumerare. 
Per ricordare ai nostri figli che siamo memori e grati ai giganti che ci tengono sulle spalle (ai quali, se vivi, tocca di sopportare anche qualche pedata).  
  



1 commento:

  1. Cannocchiale recuperato (Il Museo della lingua italiana / 4)! Oggi su "La lettura", supplemento del Corriere della sera, pag, 10 e venerdì 6 ore 10 al Festival della letteratura di Mantova.

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