martedì 18 dicembre 2018

Un nuovo Quadro di Riferimento per l'INVal

Ho volutamente lasciato incompleto l'acronimo perché l'INValSI, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell'Istruzione, rischia di venire smantellato dal disegno di legge sulla semplificazione, o comunque azzoppato (nell'ipotesi in cui passasse da istituto indipendente a dipartimento del MIUR).
I cambiamenti erano già stati annunciati dalle modifiche nel "peso" che le prove INValSI avranno nei prossimi esami di Stato (non costituiranno più requisito di ammissione).
Molti se ne compiacciono, altri se ne dispiacciono: le ragioni sono molteplici e complesse da dipanare. Certo è che, da dieci anni a questa parte (da quando le prove standardizzate sono state introdotte nelle nostre scuole), il dibattito ha sempre visto insegnanti e genitori, opinionisti e opinione pubblica schierati pro o contro: InvalSI o InvalNO?





La sociologa Chiara Saraceno, in un recente intervento su Repubblica, ha denunciato i rischi connessi con la perdita di un ente autonomo di ricerca che - con tutti i limiti dello strumento che si è dato, le comprensibili riserve ideologiche, le istanze corporative - ha avuto il merito di fotografare, dati alla mano, la situazione di disuguaglianza educativa che caratterizza il nostro paese a livello geografico, sociale, familiare, di genere. Disuguaglianza nell'offerta didattica e disuguaglianza nelle competenze. Non solo: alla luce dell'ultimo rapporto nazionale Invalsi, dispersione scolastica e povertà educativa appaiono in preoccupante crescita.

Le riserve ideologiche sono sintetizzate dall'intervento di Rossella Latempa, pubblicato in risposta a Chiara Saraceno sul quotidiano Il Manifesto (ma entrambe le analisi si rivelano debitrici di quella precedentemente fatta da Christian Raimo per Internazionale).
Del resto è innegabile che ogni strumento veicola valori (ce lo ha ricordato la filosofa Valerio Pinto in un bel libro del 2012 intitolato Valutare e punire) e i valori veicolati dal sistema internazionale delle valutazioni standardizzate sono gli stessi che presiedono alla diffusione internazionale dell'angloamericano, con le sue opache parole d'ordine estranee al mondo degli studi (che spesso risemantizzano termini del lessico religioso: visione, missione...). (Chi pensa che l'abuso dell'inglese in campo educativo sia una moda innocua si legga questo pezzo di Raffaele Simone. Ai più volenterosi suggerisco la lettura del volume di Claude Hagège, La pensée unique).

Che ci piaccia o no, la valutazione di matrice neoliberista è entrata tacitamente nella nostra vita quotidiana: non solo di chi lavora nell'istruzione, ma di tutti i cittadini chiamati a rispondere a questionari di "soddisfazione" e a rispondere di valutazioni anonime nei confronti di nuove figure di potere. Quello che sicuramente è mancato è una diffusione della cultura della valutazione, tanto più necessaria in un Paese come il nostro, refrattario a ogni forma di giudizio, ma sempre pronto a emetterne senza prove e dati alla mano.

Spesso, purtroppo, manca anche una pianificazione del miglioramento possibile a partire dai dati, e questo, a distanza di dieci anni, è il rimprovero che anche i più cauti fanno al Ministero.
Va detto, comunque, che esiste anche un altro ente di ricerca collegato al MIUR: l'Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (Indire), meno noto al grande pubblico, che in questi anni ha molto investito nella formazione degli insegnanti e nel miglioramento della scuola, con particolare attenzione per le cosiddette 'regioni obiettivo'.

Inoltre, se un rimprovero va fatto, io comincerei da quello di non aver comunicato adeguatamente le piccole e grandi proposte di riforma della scuola che si sono susseguite senza un disegno coerente (negli ultimi dieci anni abbiamo avuto due versioni delle Indicazioni Nazionali, nuove linee guida per gli esami di stato, l'alternanza scuola-lavoro...), lasciando l'onere della formazione agli insegnanti (e l'iniziativa al libero mercato o al volontariato).

Non vorrei, inoltre, che un'esperienza per molti versi preziosa come quella dei gruppi di lavoro INValSI venisse lasciata morire come è stato colpevolmente fatto per le SSIS, le scuole universitarie di specializzazione per l'insegnamento secondario durate appena 10 anni (1999-2009) e interrotte proprio quando il sistema iniziava a dare ottimi frutti (lasciando il campo a un susseguirsi di altre esperienze decisamente meno significative: PAS, TFA, FIT... ).

E poi, siamo sicuri che valga la pena plaudere a un provvedimento fatto apposta per recuperare qualche miliardo tagliando risorse destinate all'istruzione pubblica nazionale (entrambi gli aggettivi meritano di essere sottolineati in tempi in cui si parla di regionalizzazione del sistema dell'istruzione: provvedimento che certo non gioverebbe a contrastare le disuguaglianze in tema di accesso all'istruzione), oltre che per andare incontro alle richieste di una fetta importante dell'elettorato? Davvero è meglio bruciare tutto? La scuola buona insieme alla buona scuola?

Io qualcosa salverei.

1. Grazie all'interazione, all'interno dell'INValSI, tra gruppi di lavoro di italiano e di matematica si è tornati (a distanza di trent'anni dalle pionieristiche esperienze di collaborazione tra la linguista Maria Luisa Altieri Biagi e il matematico Francesco Speranza) a fare ricerca sulle difficoltà linguistiche che generano difficoltà di comprensione e apprendimento nell'ambito delle discipline (a partire dalla risoluzione del problema di matematica). Una sintesi efficace dell'intersezione di riflessioni tra esperti di diversi ambiti è offerta da Giorgio Bolondi nel suo contributo (Competenze linguistiche e competenze matematiche: interdisciplinarità e formazione degli insegnanti) al volume collettaneo Quale scuola? Le proposte dei Lincei per l'italiano, la matematica, le scienze (a c. di F. Clementi e L. Serianni, Carocci 2015), che offre molte evidenze basate sulla lettura dei risultati delle prove INValSI. Oltre che dall'Accademia Lincei (e in particolare dal polo bolognese gestito dalla Fondazione Golinelli), la collaborazione tra docenti di italiano e di materie scientifiche è stata rilanciata da alcune Università (Catania, Bologna - Scienze della Formazione) con progetti MAT-ITA.

2. Una testimonianza del lavoro intelligente fatto dal gruppo di lavoro sulla didattica dell'italiano è il nuovo Quadro di Riferimento per le prove di italiano, pubblicato il 30 agosto 2018 (che sostituisce il precedente del 2013). Si tratta del documento che esplicita i riferimenti teorici e i criteri operativi utilizzati per la costruzione delle prove di comprensione del testo e di grammatica. Oltre alla coerenza con le Indicazioni nazionali, va notato lo sforzo fatto per chiarire gli obiettivi non solo delle prove, ma più in generale di un buon lavoro di riflessione linguistica. Cito dalle pp. 4-5 del documento:

Nella formulazione dei quesiti di grammatica si mira, più che a misurare la capacità di memorizzare, riconoscere e denominare classi e sotto‐classi di elementi, ovvero di operare una categorizzazione astratta e fine a sé stessa, a privilegiare la capacità di operare analisi di tipo funzionale e formale, in particolare: 
  • ricorrere alla propria competenza linguistica implicita per integrare frasi e per risolvere casi, anche problematici, proposti alla riflessione;
  • osservare i dati linguistici e mettere a fuoco fenomeni grammaticali anche nuovi rispetto alle consuete pratiche didattiche;
  • ragionare sui dati offerti ˗ possono essere parole, frasi, brevi testi ˗ per confrontarli, scoprirne le relazioni, le simmetrie e le dissimmetrie, risalire alle regolarità;
  • descrivere i fenomeni grammaticali;
  • accedere a un approccio ai fatti di lingua (pre)scientifico piuttosto che normativo. 

Anche la parte relativa ai "criteri di leggibilità e comprensibilità di un testo" (p. 8 e sg.) appare formulata in modo preciso e chiaro. Chiara e condivisibile, soprattutto, mi appare l'indicazione della via che l'insegnante dovrebbe seguire per fornire una didattica rinnovata sia nei contenuti sia nelle pratiche didattiche.

Bisognerebbe partire da qui, io credo: verificando che gli insegnanti - tutti gli insegnanti - abbiano la volontà e gli strumenti necessari per leggere, capire e mettere in pratica i suggerimenti, senza trincerarsi dietro la libertà di insegnamento. (Magari utilizzando proprio i ricercatori che si sono formati all'INValSI in questi anni.)
Accertandosi, inoltre, che gli editori non si limitino a sfornare batterie di quiz per preparare alle prove, ma ripensino i libri scolastici alla luce della necessità - indicata anche in questo documento - di lavorare in modo diverso sulla lingua per acquistarne una piena padronanza.
Perché è attraverso l'educazione linguistica che si formano cittadini consapevoli e critici, in grado non solo di contrastare la deriva neoliberista del sistema dell'educazione, ma di riappropriarsi di quel futuro che politiche miopi stanno erodendo (mentre ci raccontano che lo "guidano").

P.S.: Consiglio la lettura di questi due articoli di Paolo Mazzoli, INVALSI leggere i risultatiQuale grammatica serve davvero?, che commentano i risultati degli ultimi test INValSI per la 5a primaria con indicazioni significative per gli insegnanti (illuminante la lettura del quesito grammaticale che è andato peggio e di quello che è andato meglio...).

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