venerdì 14 dicembre 2018

"La lingua batte" dove la violenza (contro le donne) duole

Ho sempre visto nel dominio maschile, nel modo in cui viene imposto e subìto, l'esempio per eccellenza di questa sottomissione paradossale, effetto di quella che chiamo la violenza simbolica, violenza dolce, insensibile, invisibile per le stesse vittime, che si esercita essenzialmente attraverso le vie puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza o, più precisamente, della mis-conoscenza, del riconoscimento e della riconoscenza o, al limite, del sentimento.
Così scriveva il sociologo francese Pierre Bourdieu nel libro La domination masculine (1998, tradotto in italiano nel 2004 da Feltrinelli col titolo Il dominio maschile).
A distanza di 20 anni possiamo dire che quella violenza simbolica, che l'indagine sociologica aveva contribuito a illuminare, non solo non è stata rimossa in nessuno dei luoghi in cui viene esercitata (dalla casa alla scuola, alla chiesa, allo stato, al mondo del lavoro e dello spettacolo), ma si è drammaticamente trasformata in violenza fisica, reale, amara e plateale.
La lingua ha preso atto del fenomeno accogliendo una decina d'anni fa il termine femminicidio nei dizionari, per rendere conto di una forma di violenza estrema e sistematica contro le donne che può portare alla loro uccisione. Una parola proposta da un'antropologa messicana (Marcela Lagarde) e subito entrata nel dibattito internazionale.
Se è vero che "le lingue evolvono più lentamente delle mentalità, che a loro volta si modificano meno rapidamente delle leggi" - come ha scritto Claude Hagège nel suo libro L'uomo di parole (1989), in questo caso la scelta "politica" di una parola che denunciasse e rendesse visibile la violenza strutturale contro le donne ha prodotto un cambiamento culturale che ha portato in breve tempo al riconoscimento giuridico del reato (in Italia il decreto legge contro il femminicidio è stato approvato 5 anni fa, dopo poco più di trent'anni dalla cancellazione dal Codice del delitto d'onore).

Eppure, come mostra la giudice Paola Di Nicola nel suo bel libro, La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio, tanto rimane ancora da fare per superare i pregiudizi che riducono le donne al silenzio. Nel nostro paese, l'ampia tolleranza sociale della violenza contro le donne genera una risposta inadeguata da parte delle istituzioni: nei commissariati e nelle aule di giustizia si fa fatica a prendere in carico la parola delle donne che denunciano le violenze subite, specie quando queste accadono (ed è la maggioranza dei casi) in famiglia. La percentuale delle donne che denunciano è bassissima, e solo la metà dei procedimenti giudiziari si conclude con una pena per il colpevole.
L'accettazione passiva (inconsapevole o rassegnata) di un ordine delle cose considerato come naturale (per esempio la divisione rigida dei ruoli di genere) ci rende di fatto corresponsabili (anche quando non agiamo la violenza né la subiamo) di quella sopraffazione che genera le discriminazioni, gli abusi, le molestie inscritte in tante biografie femminili.
Come ha ricordato il Presidente Mattarella il 25 novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, "La violenza sulle donne [...] in ogni sua forma, fino all’omicidio, non è mai un fatto privato né solo conseguenza di circostanze e fattori specifici, ma si inscrive in una storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna".




All'atteggiamento culturale interiorizzato che presuppone la centralità del maschile e la subordinazione del femminile è stato dato il nome di androcentrismo da un'altra donna, la teologa norvegese Kari Elisabeth Børresen, che ne ha studiato la fenomenologia nella dottrina cattolica.
Un'altra donna ancora, la scrittrice californiana Rebecca Solnit, ha ispirato la coniazione del termine mensplaining per indicare l'atteggiamento paternalistico di uomini che, nel contesto di civili conversazioni, si permettono di spiegare alle donne cose che non sarebbero tenuti a spiegare, e non ascoltano cose che dovrebbero ascoltare, ritenendosi così autorizzati a esautorarle.

Avere le parole per nominare le realtà è il primo passo per rendere visibili e riconoscibili piccoli e grandi abusi di potere che ogni giorno, in modo più o meno percettibile, ledono la dignità delle donne e il loro diritto a prendere la parola nello spazio pubblico.
Che cosa possiamo fare come educatrici e comunicatrici per cambiare le cose, una volta riconosciuta la continuità tra le forme più sottili di violenza simbolica e le forme più cruente di violenza fisica che riempiono le cronache - intimidazioni, molestie, stupri, morti violente?
In primo luogo diventare responsabili del linguaggio che usiamo, acquistando consapevolezza del potere delle parole.
Varie iniziative  di sensibilizzazione, negli ultimi anni, si sono concentrate su questo aspetto del problema: il Manifesto di Venezia e l'ebook  #Hodettono sono due esempi di impegno da parte di giornaliste e giornalisti  per contrastare gli stereotipi di genere e le forme di "narrazione tossica" che accompagnano le cronache dei femminicidi.
Ci sono poi i tanti opuscoli, diffusi dai centri antiviolenza e da associazioni di attiviste, che cercano di rompere il muro di omertà, invitando a non rimanere in silenzio e, insieme, a parlare in modo adeguato degli episodi di violenza.

Anch'io, nel mio cantuccio, ho provato a sintetizzare osservazioni e riflessioni in un kit di autodifesa linguistica "per non fare male con le parole" (formula che riprende il titolo della seconda del libro del 2009 curato da Giuliana Giusti con Susanna Regazzoni: Mi fai male... con le parole).
Domenica 16 dicembre ne ho parlato a "La lingua batte", su Radio 3, in dialogo con Isabella Ragonese, l'efficace professoressa Ragonelli dei videotutorial sul sessismo andati in onda all'interno delle puntate della nuova stagione del varietà La TV delle Ragazze. Gli stati generali, su Rai3.
Si va dalle tante disattenzioni giornalistiche (quelle che annunciano la vittoria di un premio letterario da parte di una scrittrice con riferimento alla sua appartenenza di genere anziché alle sua qualità letterarie - per tacere del disturbante gioco di parole sul nome del premio... Strega) alle incitazioni alla violenza pronunciate da uomini politici, alle domande inopportune che trasformano la persona offesa in imputata all'interno dei processi. In mezzo, inerzie linguistiche (l'uso di ennesimo, le coppie fisse di nomi e aggettivi), la ricerca inopportuna del tono brillante (baby-squillo), la deresponsabilizzazione del colpevole (sempre colpito da un raptus) e la colpevolizzazione della donna molestata (la cui credibilità viene messa in discussione).
  

  
Serve una nuova educazione linguistica improntata al superamento degli stereotipi (di cui ho parlato in un vecchio post) ma, ancor prima, una nuova educazione sentimentale di uomini e donne, come ha ricordato a più riprese Lea Melandri, autrice del libro Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, che ha il merito di mettere in luce anche forme di abuso di potere perpetrate dalle donne all'interno del sistema che ne legittima l'oppressione: l'uso erotico del corpo, per esempio, o le cure materne estese a uomini adulti perfettamente autonomi. Rendersi 'desiderabili' o 'indispensabili', esercitando a tale titolo un potere sostitutivo di altri poteri negati, sono atteggiamenti estremamente diffusi nel nostro Paese. 
Insieme alla necessità di educare i futuri uomini a rispettare il corpo, la volontà e la parola della donna (oltre che ad accettare la fragilità e il limite, a tenersi lontani da discorsi da "spogliatoio" e logiche di solidarietà maschile), dobbiamo educare le future donne a non identificarsi col proprio corpo, a non percepirsi come oggetti di proprietà altrui, a non sopportare passivamente i soprusi, a non perdere mai di vista la propria dignità di persona, a non parlare la stessa lingua degli aggressori, a non sottovalutare il potere simbolico del linguaggio (abbiamo parole per dire il femminile, e una legge che ci consente di dare il cognome ai nostri figli, che troppo spesso rimangono lettera morta). 
Insomma, la strada da fare è tanta, ma se partiamo da noi e dall'educazione dei nostri figli, forse possiamo sperare in un futuro che veda la collaborazione di uomini e donne in tutti gli ambiti della vita e della società, come cittadini a pieno diritto, di pari dignità.




1 commento:

  1. a proposito del modo in cui spesso sono condotti gli interrogatori di donne che denunciano una violenza subita, segnalo questo video che colpisce nel segno presentando una situazione capovolta. Si ride amaro!

    https://www.lastampa.it/2017/03/15/societa/se-l-andata-a-cercare-il-video-che-combatte-le-giustificazioni-di-stupro-E1Dg2Ge4GyhzWaHRlDpa9H/pagina.html

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