mercoledì 10 maggio 2017

L'ortografia non è la grammatica

Questa volta prendo spunto da un articolo di Gianluca Didino apparso sulla rivista online "Prismo", intitolato Infinite hipster. Sarà davvero la grammatica l’ultimo rifugio dell’ironia hipster?


La prima parte del titolo dell'articolo allude al romanzo di David Foster Wallace Infinite Jest (1996) e alla gustosa invenzione dei Militant Grammarians of Massachusetts, un'organizzazione che boicotta i negozi che espongono cartelli con scritte sgrammaticate. A questi "Grammar Nazi" - come vengono correntemente chiamati nei social gli incendiari puristi della lingua -  di stampo letterario viene accostato l'anonimo grammar vigilante di Bristol, un attivista (recentemente intervistato dalla BBC) che da 13 anni gira di notte per la città inglese, munito di bomboletta "apostrofatrice", per correggere gli errori grammaticali, o meglio ortografici (segnatamente gli apostrofi) nelle insegne dei negozi. Un "Bansky della punteggiatura", come lo ha ribattezzato la stampa.
Didino collega la smania della purezza grammaticale all'ossessione degli hipster (la tribù urbana postmoderna regina del consumo presuntamente critico) per l’autenticità (ricerca del naturale, bio o organico, vegano, senza olio palma, senza parabeni, senza vaccini ecc...).

A me questo personaggio ha riportato alla mente il protagonista di un romanzo di George Steiner pubblicato in traduzione da Garzanti nel 1999, Il correttore: un comunista che, dopo il crollo delle ideologie, vede nella caccia al più infimo refuso, nell'esattezza grafica del moribondo testo a stampa - ragione ultima del suo lavoro di correttore di bozze - l'ultima forma di Utopia praticabile per "togliere gli errata [titolo di un altro libro di George Steiner] dalla storia".
In fondo, anche il writer inglese che apostrofa i cartelli ha in mente lo stesso obiettivo quando definisce la sua "una causa per la quale vale la pena lottare". Come ironicamente chiosa Didino: "se non puoi cambiare il mondo, almeno metti i puntini sulle i."

Veniamo al dunque: molto spesso, quando si lamentano i sempre più diffusi errori di grammatica, ci si riferisce proprio all'ortografia, che a rigore, tuttavia, non è parte della grammatica in senso stretto, anche se è compresa nei libri scolastici di grammatica (e quindi ricompresa nel sapere grammaticale).
Facciamo un po' di chiarezza. La grammatica è l'insieme delle regole che riguardano la formazione e la combinazione delle parole. L'ortografia è un insieme di convenzioni che riguardano la trascrizione della catena parlata, ovvero la "traduzione" dei suoni delle parole in lettere (o grafemi), e la trasposizione di altri tratti della voce (pause, intonazione ecc.) sottoforma di segni "paragrafematici" (segni di interpunzione, apostrofi, accenti ecc.).

L'ortografia, a differenza della grammatica, non nasce con la lingua, ma con la scrittura: è un fattore storico-culturale che, pur avendo una relativa stabilità, subisce modifiche nel corso della storia ed è correlata a variabili culturali. La maggior parte dei segni moderni di punteggiatura è apparsa con l'invenzione della stampa, ma oggi, con Internet, si sono diffusi segni nuovi, come la @  indicale e il # citazionale; altri segni, inoltre, hanno subito modifiche (es. il punto e virgola, inventato da Pietro Bembo, sta cadendo in disuso).

L'ortografia, pur essendo legata alla pronuncia, evolve meno rapidamente di questa: ragion per cui, nel tempo, possono crearsi discrepanze tra il modo in cui una parola si pronuncia e il modo in cui si scrive. Noi italofoni, in realtà, siamo fortunati rispetto ad altri europei: l'italiano, infatti, ha fama di essere "una lingua che si legge come si scrive". Ogni tanto, certo, capita di avere qualche dubbio (es. rùbrica o rubrìca, èdile o edìle), ma basta consultare un qualsiasi dizionario per scioglierlo (esiste anzi un dizionario specializzato: il DOP, Dizionario di Ortografia e Pronuncia, edito dalle edizioni RAI e liberamente consultabile e ascoltabile online).

In realtà, la nostra lingua tende varie trappole, che si annidano nei suoni (come quelli palatali: c(i) e g(i) dolce, gl(i), gn(i), sc(i)) che costituiscono innovazioni rispetto al latino, e che siamo siamo stati obbligati a trascrivere con più lettere. Altre difficoltà possono nascondersi in quelle parole troppo simili tra di loro, che abbiamo dovuto differenziare con accorgimenti grafici come l'inserimento di una lettera muta (h nella coppia ho/o) o di accenti e apostrofi (da/dà, fa/fa').
La maggior parte di queste regole sono state fissate nel tempo e trovano ragione nella storia della lingua (a fine Ottocento era corretto scrivere provincie, in accordo con l'etimo latino - come tuttora appare nell'insegna della CARIPLO). Per quale motivo si scriva cuore con la c ma quadro con la q,
qual è senza accento ma com'è con l'accento, può dircelo solo l'etimologia. Ma se non vogliamo commettere errori, meglio stamparci in testa queste forme.
 

Del resto, noi italiani siamo molto conservatori in fatto di lingua: se altri paesi europei hanno approvato anche di recente riforme dell'ortografia (è il caso di Francia e Germania), in Italia i tentativi di riforma a scopo di semplificazione o unificazione delle grafie non hanno mai avuto seguito (si pensi ai ripetuti tentativi di sostituire il digramma ch col segno k). Fa eccezione qualche innovazione isolata, come il sé stesso sempre accentato, promosso da alcuni grammaticografi e in via di espansione.
E comunque, la situazione altrove è ben più drammatica che da noi... ma non si fa di tutt'erba un fascio.




Posto che l'errore di ortografia non determina quasi mai in italiano problemi comunicativi (ci si capisce comunque), va detto la sanzione sociale è molto forte: l'effetto dell'errore ortografico in un testo scritto è, come dicono gli esperti di comunicazione, lo stesso di uno "spinacio tra i denti" che catalizza l'attenzione sulla forma a scapito dei contenuti. (Forse per questo in Svizzera hanno introdotto una certificazione di ortografia da allegare al curriculum vitae).

Bisognerebbe però distinguere tra:
- errori ortografici dovuti a lacune culturali (malapropismi, sfruttati nei film di Totò)
- scivoloni casuali (lapsus) ed errori di battitura
- errori "evolutivi", commessi da bambini in fase di apprendimento della scrittura (es. errata segmentazione delle parole, uso dell'h, trascrizione di suoni simili f/v, p/b, t/d, m/n)
- errori di "interferenza", commessi da stranieri che hanno maggiore dimestichezza col parlato che con lo scritto (es. uso delle doppie)
- errori "di ritorno", commessi da adulti italofoni che hanno poca dimestichezza con la scrittura controllata (es. uso degli accenti e degli apostrofi).

Molti errori di ortografia sono legati a punti critici del sistema: incoerenze tra pronuncia e grafia, uso di convenzioni per distinguere parole omografe, gestione di particelle pronominali atone in sequenza (es. ce l'ho, ce n'è ecc.). Per un ripasso rimando a questa Unità dell'Introduzione alla linguistica generale e italiana scritta per l'INDIRE da me e da Franca Orletti.
 
Cosa può fare concretamente la scuola affinché le nuove generazioni riescano a "cansare gli errori più ovvj d'ortografia" (come scriveva nel 1871 Francesco D'Ovidio, al quale dobbiamo la formula "educazione linguistica"), posto che per nessuna delle tipologie di errori elencate giova "fare più grammatica"?
Provo a rispondere con una citazione di Tullio De Mauro e una di Collodi:
La prima: "Verba tene, scripta sequentur. Curate con ogni mezzo e senza piccinerie e pigrizie mentali l'arricchimento del vocabolario e della sintassi, stimolate le letture, abituate a verbalizzare oralmente e per iscritto: la correttezza ortografica verrà poi da sé"
La seconda: "ricordati [Giannettino] che chi parla male, per il solito scrive anche male".



Insomma: oltre a potenziare le conoscenze culturali, bisognerebbe curare la pronuncia (dell'insegnante e del discente), allenare l'orecchio (alla corretta percezione delle distinzioni fonologiche), allenare l'occhio (a fotografare le grafie corrette nei casi più problematici e ri-conoscerle a ogni lettura), allenare la mano (favorire la cura anche manuale della scrittura), instillare il riflesso della rilettura (finalizzata all'autocorrezione), utilizzare il dizionario nella pratica didattica quotidiana.
Tutte attività che richiedono tempo e ci ricordano che non bisogna anticipare troppo la riflessione grammaticale nella primaria, specie nei primi anni, in cui ci si dovrebbe dedicare esclusivamente ad "imparare a leggere scrivere": il bravo insegnante non si affretterà a parlare di verbi e congiunzioni per distinguere è da e (o di preposizioni nel caso di a/ha), ma troverà soluzioni a misura di orecchie bambine per fissare la differenza (es. tra una e che lega e una è che spiega). E, soprattutto, cercherà di appassionare alla lettura, l'unico antidoto durevole alla sciatteria (anche se, bisogna ammetterlo, molti giornali e libri abbondano di refusi).
Del resto, la lettura di tipi di testi diversi potrà educare anche a un uso consapevole della punteggiatura (uno dei settori meno normati dell'uso scritto della lingua, e più strettamente collegato alle tipologie testuali, oltre che alla dimensione stilistica). I segni di punteggiatura, infatti, non servono tanto a marcare pause del respiro, quanto a fornire indicazioni per la lettura e la comprensione: più che con l'ortografia, vanno correlati con la sintassi (ecco una regola sicura: mai separare con una virgola il verbo dai suoi argomenti!), con la testualità (i due punti, per esempio, possono funzionare come connettivi con valore esplicativo) e con la struttura informativa della frase e del periodo (i segni di punteggiatura possono collaborare a creare primi piani e sfondi).


Serve il dettato ortografico nella scuola primaria, suggerito come terapia dalla lettera dei 600?  Può servire, come esercizio di attenzione critica alla forma fonica e grafica delle parola, a patto che, come insegnanti, siamo sicuri di saper spiegare la difficoltà che si annida negli errori più frequenti. E abbiamo voglia di provare strade nuove per rompere la monotonia: come il "dettato di non parole" suggerito da Ivo Monighetti.
Molto di più del dettato (che spesso punta in modo fin troppo esplicito alle difficoltà ortografiche e quindi agli errori), giovano attività ludiche che hanno una visione più ampia del problema (la dimestichezza con la forma grafica corretta delle parole e gli effetti sorprendenti di alcuni errori): come le filastrocche degli errori (celeberrime quelle di Gianni Rodari) o le filastrocche di "parole difficili" (scritte da Roberto Piumini, Stefano Bordiglioni e altri poeti per ragazzi), ma anche gli scioglilingua della nostra tradizione ("trentatré trentini...") e tutti quei giochi linguistici (anagrammi, zeppe, cambi, palindromi ecc.) che, obbligandoci a smontare e rimontare le parole, aiutano a "non prendere fischi per fiaschi, pecche per picche, torte per trote e così via.
Perché si impara di più, divertendosi.

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