giovedì 30 marzo 2017

Un'altra scuola è possibile (senza dimenticare Umberto Eco)

Qualche anno fa, sul banchetto di un librario e bibliofilo bolognese, Marco Dall'Occa, ho trovato un curioso libro, pubblicato da Bompiani nel 1973 e intitolato Ammazza l'uccellino.  Autore: Dedalus. Uno pseudonimo, evidentemente.


Il libro è una arguta parodia dei libri di lettura scolastici a carattere moralizzante.
Riporto la Premessa, che - insieme al titolo e alla data (mia di nascita) - mi ha subito incuriosita, per la spassosa parodia del linguaggio autoritario di stampo catechistico-mussoliniano:

POCHE SENTITE PAROLE A GENITORI, EDUCATORI E PERSONE D'ORDINE
Compito della Scuola che, come la Storia, è Maestra della Vita, è educare il fanciullo alla realtà così com'è.
La crisi della Scuola, minacciata dalla canèa contestatrice, è dovuta al fatto che si spinge inumanamente il bambino a criticare il Mondo in cui viviamo facendogli dimenticare che esso è il Migliore dei Mondi Possibili.
Obbligato a pensare a un mondo diverso il bambino non può che trarne occasione di dissidio interiore: così si crea una generazione di disadattati, inclini a giudicare la Legge e l'Ordine - che invece dovrebbero giudicarli.
Persino i Sillabari, questo bastione della Retta Educazione, baluardo della Famiglia, Vangelo delle Patrie Virtù, sono stati oggetto di irrisione e vituperio!
L'Autore di questo nuovo testo per i figli della Maggioranza Silenziosa non si chiede apolitticamente [corsivo mio] "dove andremo a finire?". Noi non dobbiamo andare andare a finire. Noi dobbiamo ricuperare l'Educazione Irrisa, la Vittoria Mutilata (ovviamente).
Noi dobbiamo educare il fanciullo ad amare la vita in tutte le sue espressioni di fatto, ad amare l'ambiente in cui vivrà, l'ambiente del Lavoro Redentore, della Tecnica Progressiva, del Potere Paterno, della Missione dell'Uomo Bianco, del Primato Morale e Civile degli Italiani nel Mondo, di questo popolo di  Santi, di Eori, di Navigatori, di Tamburini sardi, Infermieri di Tata, Vedette Lombarde, Garibaldini al Convento, Illustri Giureconsulti, Patrioti e Scrittori, Maddalene Zero in Condotta, Luciani Serra Piloti, Aratri che tracciano i Solchi e Spade che li difendono, Pane profumo della Mensa e Gioa del Focolare, e Voi Non Sapete Quanto Sia Bella Una Zappa.
Com'è bella, com'è dolce, com'è familiare e sa di spigo, la Realtà Così Com'E'! Godete Fanciulli, spiri lieve la Brezza dell'Educazione sui vostri Cuori di Piccoli Italiani, ascoltate la carezza della dura mano del Maestro, piegate le vostre tenere menti all'Obbedienza e alla virtù suprema e tenerissima dell'Accettazione!
E Voi Genitori vegliate, acché il loro piccolo cuore non sia turbato dal verme del sospetto e dalla libera interpretazione dei testi scolastici.
Orsù, Genitori e Bimbi d'Italia, fate vostra la vostra contrada, questa cara che il Cielo vi diè.
Ammazza, ammazza l'uccellino!

Di chi sarà opera questo divertissement, che è anche un "processo al libro di lettura"? Prima che il libraio (collezionista di opere scolastiche di scrittori italiani) mi svelasse l'arcano, la mia mente è andata al celeberrimo Elogio di Franti (1963) e a un testo meno noto di Umberto Eco: la prefazione a I pampini bugiardi. Indagini sui libri al di sopra di ogni sospetto: i testi delle scuole elementari, a cura di Marisa Bonazzi, pubblicato da Guaraldi nel 1972.



Si tratta di un'antologia polemica, una raccolta di brani atemporali - sfuggiti al "rinnovamento del linguaggio e dei contenuti" che aveva interessato i libri degli altri ordini di scuola - ordinati secondo le tradizionali categorie: religione, patria, famiglia, lavoro ecc.
Un autentico repertorio dei luoghi comuni, "delle nostre idee correnti più contorte e banali (e difficili a morire)" perché considerate altrettanti capisaldi "di una educazione ispirata ai Principi Fondamentali più Rispettabili".
L'obiettivo dell'antologia era quello di mostrare, attraverso il centone e un commento ridotto al minimo, che in quei testi temi e problemi reali erano "presentati in modo falso, risibile, grottesco", col risultato di educare a una falsa realtà. Del resto, in quei libri fiorivano pàmpini, convolvoli, ranuncoli... e naturalmente uccellini: "i rimasugli di un dannunzianesimo pre-industriale e agreste che, con la vita di oggi, non ha più nessuna connessione".
Riporto per esteso la frase che permette di attribuire a Eco (alias Dedalus) la paternità dell'altra spassosa antologia:

Questi libri sono manuali per piccoli consumatori acritici, membri della maggioranza silenziosa, per qualunquisti in miniatura, deamicisiani in ritardo...

Erano i primi anni Settanta. La Lettera a una professoressa aveva già scosso le coscienze.
Nel 1973 veniva fondato il GISCEL, Gruppo di Intervento e di Studio nel Campo dell'Educazione Linguistica), per iniziativa di Tullio De Mauro e altri linguisti e insegnanti.
Nello stesso anno Umberto Eco e Tullio De Mauro firmavano come autori un programma a puntate per la RAI intitolato «Parlare, leggere, scrivere»
Sempre in quell'anno usciva Grammatica della fantasia di Gianni Rodari, subito salutato da Tullio De Mauro come un libro destinato a diventare un classico.
Sempre in quell'anno, a dieci anni dall'Elogio di Franti, Eco tornava sul quello scritto, stabilendo un nesso tra il ribelle ma autentico Franti (opposto al borghese e finto Enrico) e il Gianni (contro Pierino) di Barbiana. Cito un brano da quel testo:
  
Nel 1966, Franti faceva una riapparizione gloriosa con la "Lettera a una professoressa" dei ragazzi di Barbiana: «Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate»...Franti capiva che non era né cattivo né stupido, e si rifaceva a una scuola a misura di subalterno, rifiutava Enrico come un Pierino oppressore e veramente diventava l'eroe positivo (ma questa volta a tutto tondo) del nuovo "Cuore", modello – speriamo – ai ragazzi italiani di domani.

Nel 1975 esce per Bompiani un libro dalla copertina molto simile a quella dei Pàmpini di Eco:
Cancelati dalla dotrina. I compiti scolastici dei bambini di una borgata romana, a cura di Laura Migliorini, con prefazione di Tullio De Mauro.



Nella sua prefazione, Il linguaggio a Montecucco, De Mauro scriveva:
I bambini di Laura Migliorini, con i loro testi liberi e i loro scritti a tema, spingono a riflettere, ancora una volta, su una situazione comune da generazioni. I portatori di culture disparate, di solito non urbane, campagnole, comunque subalterne, accostandosi alla società urbana e alle forme di vita egemoni urtano anzitutto contro le strutture scolastiche: insegnanti, loro formazione e mentalità, programmi, pratiche didattiche e amministrative, spazi architettonici, perfino la dislocazione degli edifici. 
Col consueto rigore, portava dati a sostegno delle sue argomentazioni: nel 1971, sul totale della popolazione scolare e adulta, un italiano su tre (il 32,4%) era un espulso precoce dalla scuola. Oggi le statistiche parlano di un 22% di dispersione scolastica. Possiamo dichiararci soddisfatti? Non lo era De Mauro e non lo siamo noi. "Se bisogna star zitti, non taciamo".
Riporto un brano della Prefazione che si lega all'oggi, alle questioni di cui andiamo discutendo:
Oggi vediamo bene che il terreno su cui si gioca la pratica dell'esclusione dalla scuola o dell'inclusione in modo conformistico, è fondamentalmente il terreno delle abilità verbali. I nostri insegnanti [...] vanno nelle scuole a insegnar comunque linguaggio e comunque, cioè qualsiasi cosa insegnino, a confrontarsi con le possibilità verbali e la crescita di tali possibilità negli allievi, senza però avere alcuna formazione specifica e scientificamente fondata circa la natura e lo sviluppo del linguaggio, le terapie e gli accorgimenti in caso di deficit qualsiasi origine, la realtà della situazione linguistica italiana. [...]
Quando il ragazzo si discosta dall'atteso modo di esprimersi, l'insegnante che non abbia scoperto da sé la necessità politica e scientifica di aggiornarsi scientificamente in materia di analisi linguistica, ha a disposizione [...] dalla tradizione didattica nazionale una sola categoria conoscitiva e operativa, quella dell'"errore", assai debolmente e opinabilmente articolata nelle sottocategorie del "rosso" e del "blu". [...] 
Leggere e scrivere molto, assai più che nella vecchia scuola per Pierino e Gianni, parlare e ascoltare altrettanto, sono non solo la base diagnostica, ma anche la più sicura terapia d'ogni possibile defici. E, insieme, sono l'obiettivo primo, fondamentale. [...] Spingere i ragazzi sulla via ardua dell'espressione precisa, efficace, libera serve anzitutto e soprattutto a favorire in tutti loro la capacità del dominio ricettivo e produttivo della parola, che è la porta d'accesso al dominio critico delle forme più complesse di cultura e pensiero, e alla piena, consapevole, paritaria partecipazione alla vita intellettuale e politica.

Chiudo con un Manganelli d'epoca: un articolo del 1977, segnalatomi da Francesco Satta: Il latino (ora in Mammifero italiano):
Il latino è morto, viva il latino. Uno di quei lenti, pigri, colpevoli, ignavi atti di giustizia che sembrano così congeniali al nostro paese ha definitivamente congedato dalle nostre scuole medie uno dei fantasmi più stracchi, presuntuosi, inetti. Il latino scolastico [...]. Ce n'è voluta. 
Come usano i fantasmi, lattiginosi ma vanitosi, ha fatto di tutto per scomparire adagio adagio. In questi ultimi anni, abbiamo riascoltato tutte le vecchie sciocchezze che credevano scomparse con la nostra adolescenza; quasi intenerivano, con un arcaico rosolio. Abbiamo sentito dire che il latino è "formativo", che "insegna a ragionare". Si è detto che il latino è il nostro fondamento "culturale". [...] Vorrei sommessamente dissentire: Tutto può essere formativo, incluso araldica e strutturalismo, tutto eccetto che il latino che si insegnava nelle scuolette. La sua fucilazione è un puro e semplice atto di igiene mentale. Disinquinamento, disinfestazione, derattizzazione. "Quel" latino era una cosa mostruosa, roba da fantascienza.  
Ci deve essere qualcosa di guasto in un insegnamento che in otto anni non riesce a far di un allievo un lettore agiato e disteso dei classici di una qualsiasi lingua. In otto anni si impara il cinese, con il sanscrito per buona giunta. In realtà ci hanno insegnato delle sciocchezze, e proprio perché erano tali han dovuto insegnarcele con vessazione.

Qualcosa di guasto, appunto. Non perché anacronistico, ma perché falso, come il paradigma vis, roboris o la differenza tra ìtaque e itàque.
Chi vuol saperne di più, legga il lucido e malinconico libro di Traina e Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario (Patron, 1977), che è semplicemente un elenco delle cose sbagliate, sciocche, inadeguate che ci hanno insegnato "a scuola" - chiosava Manganelli).  
Lo stesso potremmo dire della grammatica scolastica dell'italiano, che in dieci anni non riesce a formare neppure la capacità di riflettere sulla lingua. Non perché inutile, ma perché museificata, sciocchezze comprese, e ad abundantiam (come sa chiunque confronti l'elenco dei complementi nella grammatica dei propri figli con quello ben più sobrio delle grammatiche degli anni Settanta).

Ovviamente, del latino Manganelli non voleva certo sbarazzarsi, consapevole com'era del suo valore "di modello e di sfida" per chi scrive e legge i testi della nostra tradizione letteraria.
Come De Mauro (e noi con lui) non voleva cancellare la grammatica dalla scuola di base, ma ridarle dignità. Rinunciando alle troppe cose false e inutili che si dicono a scuola (pensiamo al complemento di materia, di denominazione, di limitazione, inventati solo per rendere ragione della specificità del modo di espressione di certi concetti in latino).
Se quella grammatica già non funzionava per alunni in larga parte dialettofoni (tenuto conto che i nostri dialetti derivano dal latino), come possiamo pensare che funzioni oggi, in contesti multilingui, in cui molti ragazzi hanno una lingua madre tipologicamente diversa non dico dal latino, ma dalle lingue europee? Lingue isolanti (che non flettono le parole) come il cinese, agglutinanti (che le flettono aggiungendo un suffisso per ogni categoria grammaticale) come il turco... Oggi che i disturbi del linguaggio (certificati e non) sono diventati endemici?
Come possiamo far uscire dal silenzio questi ragazzi se non interroghiamo le ragioni del loro silenzio? Solo se rispettiamo il silenzio, se sappiamo metterci in attesa, in una modalità di "ascolto attivo" (come propone la ministra Valeria Fedeli) le parole arriveranno.



  
  
  


 
 

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