giovedì 17 maggio 2018

Esame di coscienza di una grammatica (intorno ai libri di Carrada e Roncaglia)

In un post di qualche mese fa avevo già confessato di essere consapevole di usare una sintassi fin troppo ipotattica: di scrivere cioè su questo blog post molto lunghi e ricchi di periodi complessi, i quali a loro volta contengono molti incisi o parentesi. La sintassi tipica dell'immigrata digitale.
Anzi, di una specie definita di immigrata digitale, abituata alla frequentazione intensiva del libro cartaceo e di un tipo particolare di testo: la scrittura argomentativa dei testi accademici.

Avevo promesso di migliorarmi, ma senza crederci troppo. In ogni caso, i miei modesti tentativi sono falliti, come mostra l'analisi della LME (lunghezza media degli enunciati) che ho fatto sottoponendo i testi al programma Gulpease che misura l'indice di leggibilità.
Torno perciò sull'argomento dopo aver letto due libri usciti di recente, che in qualche modo mi confortano nella mia resistenza al cambiamento:

Luisa Carrada, Struttura & Sintassi. Chiare e trascinanti, come l'acqua che scorre, Zanichelli, 2017.
Gino Roncaglia, L'età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale, Laterza, 2017.

Il libro di Luisa Carrada, esperta di comunicazione e animatrice di uno storico blog dedicato alla scrittura professionale, è un manualetto agile che pratica e insegna - come rivela il sottotitolo a effetto - la scrittura scorrevole, adatta a tutte le occasioni e a un pubblico il più possibile allargato.
Uno dei brevi capitoli che lo compongono si intitola I periodi lunghi per viaggiare e recita così:

I periodi lunghi possono ingarbugliare il messaggio e far perdere il filo, trasformandosi improvvisamente in un labirinto dal quale è difficile uscire. Se studiati e maneggiati con cura, invece, possono farci prendere il volo e trasportarci esattamente là dove l'autore vuole farci arrivare. 
Ecco, confesso che la mia ambizione è questa. In fondo so di scrivere per un pubblico ristretto, fatto di insegnanti, cioè di persone abituate all'abbraccio dei periodi. Abbraccio, sì. Perché il periodo è una scrittura circolare, avvolgente, come dice l'etimologia. Una forma chiusa, un circuito. Nata per l'occhio, che può andare avanti e indietro nel testo. Sviluppata dai narratori per la sua capacità di creare effetti di prospettiva (con primi piani e sfondi). Perfezionata da scienziati e filosofi affinché potesse diventare il supporto ideale dell'argomentazione.
Poiché io voglio argomentare, lo faccio attraverso la scrittura (sia pure digitale) e rivendico il diritto a usare periodi, ad aprire e chiudere parentesi, ad accompagnarvi - legati a un filo - nel verde labirinto delle mie riflessioni linguistiche. Liberi di non seguirmi.



Il labirinto di Villa Pisani a Stra
 
 
L'altro libro che mi ha fatta pensare è stato scritto da Gino Roncaglia, studioso che da anni indaga le architetture dei testi sul web: brevi, frammentati, granulari (come si usa dire oggi). Indubbiamente. Ma si tratta di caratteristiche necessarie, connaturate al mezzo? O piuttosto di caratteristiche legate a una fase determinata dello sviluppo del mezzo? 
La tesi di Roncaglia è che la scrittura oggi circolante (e social-mente premiante) rappresenti l'infanzia della rete, la capanna dei nostri antenati: una costruzione rudimentale destinata prima o poi a evolvere verso la "cattedrale" - una costruzione verticale, più elaborata e complessa, in grado di accogliere un grado di personalizzazione maggiore.
Riporto una citazione dal capitolo iniziale del libro: 
La tesi che cercherò di sostenere è che granularità e frammentarietà siano anche una conseguenza dello stadio ancora assai iniziale di sviluppo di alcuni strumenti di rete, e in particolare di quelli attualmente utilizzati per incentivare la circolazione dei contenuti. Strumenti che portano a favorire la complessità orizzontale rappresentata dalla moltiplicazione di collegamenti e percorsi rispetto alla complessità verticale e di contenuto dei singoli oggetti informativi. 
Beh, non so se - in mia compagnia - stiate indugiando nel passato o passeggiando nel futuro. Ma spero almeno di aver insinuato qualche rivolo di dubbio nella corrente principale del pensiero.
In fondo, la logica del cerchio, come quella della composizione ad anello, prevede una ricongiunzione degli estremi. Staremo a vedere.
 




sabato 5 maggio 2018

Senza il soggetto (imperativi e dintorni)

Negli ultimi anni mi è capitato, a più riprese, di sfiorare una questione trascurata dalle grammatiche: l'assenza di soggetto nelle frasi imperative.

Dormi!
Non mangiate le margherite!
Regalati una vacanza!

Il modo imperativo del verbo, utilizzato per dare ordini o imporre divieti, può entrare in una frase facendo a meno del soggetto, a prescindere dalla valenza del verbo in questione. Anche verbi non impersonali (come dormire, mangiareregalare), che normalmente implicano la presenza di un soggetto (anche se sottinteso), possono formare frasi che implicano l'assenza - sul piano sintattico - del soggetto.
(Ho fatto esempi con verbi d'azione perché solo le azioni sono suscettibili di comandi che possono essere eseguiti dall'interlocutore: non possiamo ordinare a qualcuno di (non) provare dei sentimenti... pretendendo di essere obbediti).

Chiaramente, nella nostra lingua, la forma verbale porta comunque nella sua desinenza la marca della persona (dorm-i è alla seconda singolare, dunque si rivolge a un tu; mangi-ate è alla seconda plurale e implica un voi). Anche in una frase imperativa, dunque, è chiaro il riferimento del verbo.
Possiamo dire anzi che le frasi imperative sono (insieme alle interrogative) quelle che presentano l'orientamento più deciso verso l'interlocutore, del quale vogliono influenzare il comportamento. Si tratta dunque di frasi che hanno non semplicemente una funzione "ideativa", ma una funzione "interpersonale" - come direbbe Halliday. Servono a regolare i rapporti tra parlante e interlocutore, e più in particolare a "fare cose con le parole" (Austin).

In una frase imperativa, inoltre, spesso compare nella posizione tipica del soggetto un appellativo (di solito il nome proprio della persona cui ci si rivolge) seguito da una pausa: è quello che in latino chiameremmo "vocativo" e che, guardacaso, aveva una forma distinta sia da quella del soggetto (al caso nominativo) sia da quella dell'oggetto (all'accusativo). In italiano la forma è la stessa in tutti e tre i casi, ma di solito interviene una virgola a separare il vocativo dal verbo.

Mario, stai fermo!
Esci, tu!
Ragazzi, entrate in classe!

In questo caso, il parlante dà all'interlocutore (una persona, o un gruppo di individui), l'ordine di assumere nella frase il ruolo che il verbo normalmente (quando è coniugato in una forma diversa dall'imperativo) assegna al soggetto: il ruolo cioè di punto di vista privilegiato, a partire dal quale possiamo interpretare il significato della frase.

Mi seguite, o vi siete persi?
Capisco che è una faccenda tecnica, ma - se ci riflettiamo bene - ha a che vedere con qualcosa che ci riguarda da vicino: i limiti della nostra libertà personale, il modo (anche verbale) con cui imponiamo all'altro la nostra volontà e le nostre decisioni, facendolo scomparire dalla "scena verbale" per poi richiamarlo col ruolo di rimpiazzo destituito di responsabilità.

Un fantoccio senza valenza, una marionetta coi fili: questo è il vocativo.