domenica 10 novembre 2019

Dove il mare è più profondo: applicazioni valenziali al latino (intervista a Lara Piva)

Molte delle mie studenti scelgono la grammatica valenziale come oggetto delle loro tesi: si tratta, perlopiù, di proposte didattiche per il secondo ciclo della scuola primaria, attente alla dimensione ludica e concreta del "fare grammatica".
Non è di loro né di me che voglio scrivere, ma di una neolaureata in un altro Ateneo (Padova) e in una disciplina (Lingua e letteratura e latina) diversa da quelle che io insegno, venuta a presentarmi il suo progetto di  tesi (Applicazione del modello valenziale al sistema delle completive latine) dopo averlo discusso con il relatore, prof. Luigi Salvioni.

Si chiama Lara Piva. Le ho chiesto di sintetizzare il suo lavoro (che si può leggere per intero questo link) a beneficio dei lettori del blog (molti dei quali interessati al tema dell'insegnamento delle lingue classiche). 
 
 
Come è avvenuto il tuo incontro con il modello valenziale?

Sebbene un timido accenno alla valenza verbale fosse presente nel mio manuale di latino al liceo, l’intramontabile Flocchini / Guidotti Bacci / Moscio (Nuovo comprendere e tradurre, Bompiani, Milano, 2001), non ho avuto occasione di avvicinarmi alla grammatica valenziale prima di arrivare all'università. L’incontro fatale si deve alla professoressa Elena Maria Duso, che nel corso di Lingua Italiana mi ha fatto conoscere e, soprattutto, apprezzare questo modello, ancora poco noto e applicato nel mondo degli antichisti.

 

Quali sono le potenzialità della sua applicazione alla didattica del latino?

Per capire i vantaggi che la grammatica valenziale porterebbe alla didattica del latino rispetto alla grammatica tradizionale, basta fare un confronto tra i due metodi di analisi di fronte a una frase complessa. Prendiamo per esempio una frase dai Facta et dicta memoriabilia di Valerio Massimo (2.4.5), autore annoverato nel repertorio delle letture degli studenti del biennio:
Et quia ceteri ludi ipsis appellationibus unde trahantur apparet, non absurdum videtur saecularibus initium suum, cuius minus trita notitia est, reddere.
 
La grammatica tradizionale osserverebbe la natura delle frasi del periodo, ottenendo per esclusione la principale:

    
 
  
Oltre a questo, la grammatica tradizionale farebbe l’analisi dei singoli costituenti senza tenere in conto l’ordo verborum. Da una simile analisi risulterebbe la traduzione:

«E, siccome dai loro nomi è chiaro da dove derivino gli altri giochi, non pare assurdo attribuire ai ludi secolari il loro inizio, la cui notizia è meno accurata».

La grammatica valenziale permette un’analisi più precisa sia del livello frasale sia del livello macrosintattico:

 


 
 
 
  
L’analisi della frase complessa, secondo la grammatica tradizionale, si basa sull’etichettatura delle congiunzioni e dei pronomi per definire la natura delle frasi. Così, la causale quia apparet e la completiva reddere vengono messe sullo stesso piano nella gerarchia delle dipendenze. Invece, la valenziale mostrerebbe che la prima è un’espansione e la seconda un argomento, due funzioni totalmente diverse. Inoltre, le frasi con trahantur e reddere sono entrambe completive soggettive: il fatto che una sia un’interrogativa e l’altra un’infinitiva riguarda la realizzazione linguistica, ma non muta la loro funzione di soggetto.Un approccio linguistico moderno sarebbe, inoltre, più attento all’ordo verborum del testo e permetterebbe di spiegare la prolessi del costituente ceteri ludi. Infatti ceteri ludi è stato dislocato in posizione marcata tramite una focalizzazione, finalizzata a esplicitare fin da subito il tema del messaggio.

Un’osservazione interessante si può fare su ipsis appellationibus, che la grammatica tradizionale etichetta alternativamente come complemento di strumento (“tramite i loro stessi nomi”) o di limitazione (“nei loro stessi nomi”). Invece la valenziale lo interpreta all’interno del quadro predicativo di apparet.
Alla luce di questa analisi, si può proporre una traduzione più efficace:
 
«E poiché, a proposito degli altri giochi, dai loro stessi nomi è evidente da dove derivano, non sembra assurdo attribuire ai ludi secolari il loro inizio, sui quali la documentazione è meno accurata».
 
In definitiva, la morfologia (un ambito senza dubbio necessario per l’apprendimento di una lingua) è spiegata molto bene dalla grammatica tradizionale; non altrettanto la sintassi, per cui mancano strumenti adeguati di analisi della frase semplice, della frase complessa e dei meccanismi comunicativi del messaggio. La grammatica tradizionale non coglie, per esempio, le dislocazioni, i quadri predicativi e le funzioni; e si ostina a dare etichette a complementi e frasi che però non sono sempre espansioni ma possono anche appartenere alla struttura argomentale.
Invece, la grammatica valenziale, sia da sola sia soprattutto potenziata con altri strumenti esterni, permette di dare una soluzione chiara ai problemi di analisi e traduzione del testo.
 

Quali sono le difficoltà che hai incontrato nel corso del lavoro?

In Italia la grammatica valenziale è una sorta di hic sunt leones nello studio delle lingue antiche. Questo da un lato mi ha permesso di portare avanti il mio studio con una certa autonomia, usufruendo delle fonti scientifiche disponibili (es. H. Pinkster, Latin Syntax and Semantics, Routledge, London, 1990) in modo diverso rispetto all'uso fattone dai miei docenti. Dall’altro, però, l’audacia nel fare qualcosa di innovativo mi ha causato qualche difficoltà dovuta alla loro prudente resistenza.
Le fonti disponibili sulla grammatica valenziale latina, inoltre, sono pochissime e ancora meno quelle note. Trovarle non è stato semplice, e alcune volte si è trattato di un caso fortuito.
La difficoltà maggiore, ma anche quella più stimolante, è stata comunque tradurre il modello Sabatini nel sistema linguistico latino, quando gli studi scientifici si appoggiavano quasi esclusivamente su stemmi derivati da Seitz (Fare latino. Manuale di latino, a cura di G. Proverbio, L. Sciolla, E. Toledo, SEI, Torino, 1983) e Tesnière (Elementi di sintassi strutturale, a cura di G. Proverbio, A. Trocini Cerrina, Rosenberg & Sellier, Torino, 2001).
Tenuto conto del fatto che il modello Sabatini è pensato per l’italiano L1, mentre il latino è una L2, ho dovuto modificare e integrare il modello con nozioni non propriamente valenziali, quali il sintagma e il ruolo tematico (sarò sempre debitrice alle lezioni di generativismo all’università).
Con l’aiuto del dottor Matteo Ceporina, un filologo classico felicemente convertito alla linguistica, mi sono messa a osservare in chiave primariamente sintattica e sabatiniana tutto ciò che altri manuali, valenziali e non, spiegavano con morfosintassi o morfosemantica.
Ho capito di essere nella direzione giusta quando ho potuto confrontarmi con i contributi di Emanuela Andreoni Fontecedro (autrice, con M. Agosti e C. Senni, di una Guida alla traduzione del testo latino, Edizioni Studium, Roma, 2017): la latinista è stata la prima a trasferire il modello Sabatini in una lingua antica.
 

Quali sono le proposte didattiche che hai delineato nella tua tesi? Sebbene in tutto il mio elaborato l’aspetto didattico fosse centrale, nelle conclusioni ho cercato di tirare le fila e di fare alcune considerazioni.
La didattica delle lingue antiche in Italia ha bisogno di freschezza, innovazione, aggiornamento e, se mi è lecito dirlo, di audacia. Tutti siamo debitori nei confronti degli studi linguistici degli stoici, della grammatica di Port-Royal, dei filologi tedeschi e di tanti altri studiosi del passato più o meno recente. Ma, mentre questi lavori rimangono solidi nella loro monumentalità, il mondo attorno a loro e a noi sta cambiando, e non parlo solo dello sviluppo della moderna linguistica. La digitalizzazione, per esempio, ha cambiato completamente l’approccio sistematico che fino a una generazione fa si aveva di fronte ai testi: dalla memoria elefantiaca si è passati al link.
Ma non è tutto. Possiamo dirlo senza paura: ai giovani il latino non piace e loro non ne sentono la necessità, soprattutto nel mondo in cui vivono, in cui la “pratica” conta più della “grammatica”. Questo basta a scoraggiare gli studenti dall’iscriversi al liceo e i liceali dallo studiare, tra tante materie interessanti, una lingua così ostica. Per i giovani d’oggi (soprattutto se ostacolati da disturbi dell'apprendimento) sarebbe improponibile imparare a memoria una quantità esorbitante di dati morfologici di una lingua altamente flessiva come il latino (per non parlare del greco!), soprattutto se poi, di fronte al testo, l’apprendimento mnemonico delle nozioni relative alle parole non fornisce una via sicura per la comprensione dell’intero.
 
 
Che fare?
Io penso che si potrebbe e dovrebbe partire dalla frase per avvicinare lo studio al discente, rendendolo più "logico", comprensibile e, forse, apprezzabile.
Tornando all'esempio delle completive, le catalogazioni semantiche e morfologiche rischiano di mancare di esaustività nella descrizione del fenomeno; far perdere organicità, rendendo caleidoscopico un fatto linguistico unico; confondere il discente nella memorizzazione. Elencare tutte le espressioni possibili che possono reggere una completiva (e catalogare le completive in base a introduttore e forma verbale) fa perdere di vista il fatto che i verbi reggenti sono predicati (verbali e nominali) e le completive argomenti. Il resto è facies.
Un consiglio che mi sento di dare è di osservare sempre la struttura dietro i fenomeni e non solo la superficie. Possiamo dire che il mare è blu, ma questo non basterebbe a descrivere l’intero ecosistema che vive sotto il pelo dell’acqua: per la lingua è lo stesso.
“Frase” e “periodo”, per esempio,  possono sembrare elementi a sé stanti ma, a ben guardare, la frase complessa può essere vista come una “traslazione” della frase singola, come ci insegna Tesnière. Sintagmi diventano frasi, senza che per questo cambi il loro ruolo sintattico. Osservare questo aspetto e giocare con questi tasselli può aiutare lo studente a concepire la lingua come qualcosa di più elastico e interessante.

  
In quale direzione intendi continuare il lavoro?

Sto lavorando al progetto di un dizionario valenziale latino: un lessico latino fondamentale che ponga le basi per future sperimentazioni didattiche di più ampio raggio, descrivendo la valenza verbale nella sua complessità.

La valenza è una nozione, a mio parere, più complessa di un mero numero. È una sinapsi che viaggia attraverso le tre interfacce principali della lingua: semantica, sintassi e morfologia. La valenza in senso ampio comprende varie informazioni: il significato profondo della parola, ovvero il processo; il numero dei protagonisti del processo stesso, quindi gli argomenti; il ruolo di questi protagonisti all’interno del processo, dunque i ruoli tematici (o ruoli semantici). Infine viene il sistema casuale: marche morfologiche che dipendono dal rapporto che di volta in volta si instaura tra i nervi di questa sinapsi (es. occupo urbem e potior urbe hanno significati simili ma quadri predicativi differenti). Possiamo schematizzare tutto il processo con un esempio semplice, interficio:

 
 
 

 Si direbbe una voce pilota del dizionario!
 Buon lavoro, allora...

 

domenica 3 novembre 2019

Verbi che hanno cambiato la storia (9 novembre 1989)

Foto ANSA
Il 9 novembre ricorreranno trent'anni dalla fine della guerra fredda e del bipolarismo Usa/Urss.
Nel suo libro, da poco uscito per Salerno Editrice (La sfida di Gorbaciov. Guerra e pace nell'era globale), Giuseppe Vacca auspica che, insieme alle celebrazioni, venga avviata una "riflessione critica sul mondo che ne è scaturito". Perché ciò avvenga, tuttavia, sarebbe necessario confrontare e ripensare le narrazioni, a partire dai verbi che usiamo per parlare dell'evento di maggiore forza simbolica che segnò quella stagione:
se si continuerà a dire che il 9 novembre 1989 il muro di Berlino "cadde", non sarà facile comprendere la portata storica di quell'evento. I muri non cadono da soli ma, a meno di circostanze naturali come i terremoti [...], vengono rimossi da qualcuno: gli stessi che li avevano costruiti oppure altri. Mi si dirà: qual è il problema? [...] tutti abbiamo negli occhi le immagini delle migliaia di cittadini della Repubblica democratica tedesca che lo abbatterono [...]. Il muro, quindi, cadde perché fu rimosso dai cittadini che ne erano stati vessati e oppressi per quasi un trentennio. Ma dire "cadde" o "fu rimosso" non è proprio la stessa cosa: la prima espressione non evoca né azione, né soggetti; la seconda invece sì, e sorgono subito alcune domande: perché allora e non prima o dopo? E se le mazze e i picconi che abbatterono il muro erano maneggiati, materialmente, da cittadini della Rdt, chi ne aveva resa possibile l'iniziativa? (estratto dell'Introduzione, pubblicato sul Domenicale del Sole 24 ore il 20 ottobre 2019) 
Nella riflessione di Vacca, rimuovere, un verbo agentivo (che comporta la volontà di un agente), sia pure usato alla forma passiva (che permette di lasciare l'agente sullo sfondo e di non nominarlo), è opposto a un verbo non agentivo come cadere. 
Parliamo della caduta o del crollo (altro nome deverbale) del muro di Berlino (il bastione principale della "cortina di ferro") come se si fosse trattato di un evento prodottosi per cause naturali, o per l'incuria umana protratta nel tempo. Si trattò invece di un evento (traumatico per alcuni, liberatorio per altri) legato all'azione umana (realizzato con strumenti come picconi, asce, mazze), riconducibile a scelte politiche precise (l'indirizzo riformista di Gorbaciov, capo del Cremlino) e a un equivoco - come racconta Bernardo Valli in un articolo apparso sul numero di Robinson in edicola: una dichiarazione incauta del portavoce del partito comunista tedesco orientale, in cui veniva presentata come una decisione (da eseguire subito, immediatamente) quella che era solo un'intenzione del capopartito Egon Krenz (aprire nuovi punti di passaggio nel Muro in cambio di aiuti economici dalle autorità occidentali al governo comunista che stava fallendo). Sarebbero stati due avverbi (sofort e unverzüglich) insomma, a far cadere il muro... 


Ma torniamo ai nostri verbi: sulle stesse pagine del supplemento di Republica, Emanuele Macaluso, intervistato da Antonio Gnoli, ricorda che il 10 novembre l'Unità (il giornale del partito comunista italiano) titolò:
Si è aperto il muro di Berlino
evitando per cautela di usare la parola crollo, evocativa di un terremoto politico (simile a un altro storico crollo: quello dell'Impero romano, caduto sotto l'urto dei Barbari) che evidentemente ancora si sperava di poter scongiurare.
Qui la scelta di un verbo come aprire (normalmente usato per parlare di una porta, di un varco, di una breccia) si unisce all'uso del si passivante, che fa apparire il fatto come un evento spontaneo e casuale, se non fatale. La posizione del soggetto, poi, dà all'intera frase una sfumatura "eventiva" (la frase risponde a un'ipotetica domanda: "Che cosa è successo?"), dato che in primo piano appare il verbo. Diverso sarebbe stato l'effetto di una frase col soggetto anteposto (Il muro di Berlino si è aperto. - In risposta a "Che cosa è successo al muro di Berlino?").


Riepilogando dal punto di vista grammaticale:

CROLLARE e CADERE verbi monovalenti (richiedono il solo soggetto) intransitivi con ausiliare "essere" (possono essere posposti al verbo); il primo predilige soggetti inanimati, il secondo soggetti animati (per cui cadere tende a "personificare" il muro più di quanto non faccia il verbo crollare) che compiono però un'azione involontaria (il soggetto dunque non è "agente", responsabile della caduta o del crollo, ma "paziente", dato che ne subisce le conseguenze, anche se il verbo è in forma attiva)

RIMUOVERE verbo bivalente transitivo (richiede il soggetto: "chi ha rimosso" e l'oggetto: "chi o cosa"), eventualmente con specificazione dell'origine dello spostamento ("da dove": in questo caso il verbo diventa trivalente)

Mi sono soffermata su questi verbi per mostrare come, anche in una lezione di storia, l'analisi valenziale della frase aiuti a capire e decodificare il racconto dei fatti.

P.S.: Mi soffermo a commentare anche un verbo che ho usato all'inizio di questo post: ricorrere, verbo bivalente intransitivo che, usato in accezione temporale (di "ripetersi"), può richiedere come secondo argomento un'espressione di tempo: L'anniversario della caduta del muro di Berlino ricorre tra una settimana. Se non specificassi "quando" (tra una settimana), la frase sarebbe monca (*L'anniversario ricorre...).
Diverso il caso in cui a una frase già completa, come Il muro di Berlino è caduto/crollato aggiungo la specificazione del tempo (es. nel 1989 o il 9 novembre 1989). In questo caso l'espressione di tempo esprime una circostanza che incornicia dall'esterno l'intera frase: è un'espansione.
Naturalmente il verbo ricorrere può essere usato anche in altre accezioni: rimanendo all'interno della stessa narrazione posso dire che I cittadini della Rtd ricorsero a mazze e picconi, che Le autorità non ricorsero alla forza e che Nessuno pensò di ricorrere a un tribunale.
Il lessico si amplia e si rafforza anche così...