venerdì 24 maggio 2019

Dire Fare Inventare (sul libro del MCE)

 
Nella collana "MCE Narrare la scuola" è appena uscito un volume dedicato alle pratiche di educazione linguistica attiva sperimentate da insegnanti che aderiscono al Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), l'Associazione nata in Italia negli anni Cinquanta sulla scia delle idee del pedagogista francese Célestin Freinet, diffuse in Italia grazie all'impegno di maestri come Mario Lodi, Bruno Ciari, Alberto Manzi.
 
Il libro si intitola Dire. Fare. Inventare. Parole e grammatiche in gioco, è curato da Nerina Vretenar e raccoglie testi di Bepi Malfermoni (storico protagonista del gruppo nazionale lingua MCE) ed esperienze di insegnanti della primaria, con un'introduzione di Massimo Vedovelli.
Per chi conosce alcune storiche pratiche educative del MCE (il giornalino scolastico, la corrispondenza interscolastica, la scrittura collettiva) è una sorpresa ritrovarsi di fronte a tante proposte dedicate all'osservazione e alla scoperta delle parole e della grammatica, tutte basate sul confronto di esperienze fatte in classe e sulla centralità dell'approccio ludico alla lingua.
In ciascuna sezione sono presentati vari giochi, raggruppati in proposte di lavoro adatte alle varie classi e preceduti da una breve premessa che specifica il quadro teorico di riferimento.
 
In Giocare con le frasi, per esempio, troviamo molti suggerimenti per riflettere sui meccanismi di selezione e combinazione che sono all'origine della struttura della frase: giochi di costruzione di frasi a partire da cartellini con gruppi di parole, gioco del semaforo per decidere degli abbinamenti più o meno accettabili tra gruppi di parole, macchine aggiustafrasi (che possono tagliare pezzi, aggiungere pezzi, spostare pezzi e così via), giochi di parafrasi (per dire la stessa cosa con frasi diverse), risoluzione di frasi ambigue, scomposizione di frasi fatte, tautogrammi (frasi composte da parole che cominciano tutte con una stessa lettera), giochi con pronomi di ripresa ed elementi di collegamento (preposizioni, congiunzioni).
La frase non è l'unica dimensione del lavoro: anche il lessico e il testo diventano oggetto di esplorazioni giocose, di confronti, di scoperte. 
L'obiettivo è quello di riaffermare la centralità dell'educazione linguistica, intesa non come acquisizione di regole meccaniche precostituite, ma come conquista graduale di una piena padronanza della lingua nella realtà e molteplicità degli usi, scritti e parlati; non come esplorazione solitaria e libresca, ma come momento di interazione e cooperazione basata sul gioco regolato, sul piacere di imparare.
 
 
 
 

 


giovedì 16 maggio 2019

Una breve storia della linguistica (sul libro di Giorgio Graffi)

Uscito per Carocci nella collana Quality Paperbacks, 225 pagine, il volume di Giorgio Graffi (Università di Verona) offre un'introduzione a una disciplina "giovane" (riconosciuta come tale solo a partire dal XIX sec.) le cui radici affondano però nell'antichità.

L'opera ripercorre le storia dei concetti fondamentali (suoni, sillabe, parole, frasi, lingua e linguaggio) e dei problemi sui quali si interrogano filosofi, grammatici e linguisti dall'antica Grecia ai giorni nostri (rapporti tra lingua e realtà e tra lingua e mente, origine del linguaggio). Uno dei suoi grandi pregi è la scrittura chiara, non rivolta agli specialisti: i termini tecnici sono limitati allo stretto necessario e tutti spiegati in un glossario finale.

Per una passeggiata alla scoperta dei contenuti del libro, che racconta in modo avvincente venticinque secoli di pensiero linguistico,  rimando a questa bella intervista all'autore.


Mi piace qui sottolineare lo spazio (pp. 173-176) che nel libro è dedicato a Lucien Tesnière, il linguista francese considerato il padre della 'grammatica della valenza': molte delle sue idee (affidate a un libro uscito postumo nel 1959, Elementi di sintassi strutturale, ed entrate in circolazione alla fine degli anni Sessanta) sono diventate infatti imprescindibili per tutte le teorie sintattiche novecentesche.

La grande scoperta di Tesnière riguarda la "struttura" delle frasi, intesa come gerarchia di rapporti. Prima di lui, le lingue erano considerate semplici successioni di elementi (suoni, parole ecc.), tra i quali esistevano rapporti distintivi. Tesnière scopre che dietro l'ordine lineare della frase c'è un ordine strutturale, dato dai rapporti di dipendenza tra gli elementi. C'è qualcuno che comanda, insomma. E al vertice della frase pone il verbo con i suoi legami.

Una piccola, grande intuizione, se pensiamo che quei rapporti gerarchici non si vedono, ma sono stabiliti dalla mente. Portarli alla luce vuol dire capire come creiamo e interpretiamo le frasi.
Per questo motivo del concetto di valenza i linguisti oggi non possono fare a meno.

Come ci era arrivato Tesnière? Confrontando la struttura di una ventina di lingue antiche e moderne, ma anche prendendo sul serio le domande dei suoi figli (Michel, Bernard e Yveline), come dichiara nella dedica dell'opera, riportata sotto forma di 'stemma' con il verbo in alto e gli elementi dipendenti a cascata. 





Ai bambini e alle bambine della scuola primaria collegata alla Scuola Normale di Montpellier, inoltre, aveva dedicato una serie di riflessioni ancora da tradurre e da scoprire: un programma progressivo per lo studio della sintassi strutturale e indicazioni pedagogiche per adattarne alcuni aspetti (anche terminologici) alle esigenze didattiche.

Le ragioni del fascino di un modello risiedono anche nella sua scoperta e nella storia non lineare: come l'ordine da cui scaturisce il significato dalla frase!
  
 

 

giovedì 9 maggio 2019

La lingua per voi (sul libro di Raffaella Setti)

Appena uscito per l'editore Franco Cesati, nella collana "Pillole", il volume scritto da Raffaella Setti (Università di Firenze e Accademia della Crusca) si intitola La scoperta della lingua italiana. Sottotitolo: Linguistica per insegnare nella scuola dell'infanzia e primaria.

Un libro dedicato ai futuri insegnanti di scuola, pensato come supporto agli insegnamenti di Linguistica italiana nei corsi di laurea in Scienze della Formazione Primaria, ma utile anche per chi - incuriosito dalle novità che documenti ministeriali e corsi di formazione hanno portato nelle scuole - voglia arricchire il proprio bagaglio di conoscenze sulla lingua italiana.
L'obiettivo è quello di guidare con consapevolezza le esperienze e i percorsi che portano bambine e bambini, nelle fasi dell'alfabetizzazione emergente e della prima alfabetizzazione, all'incontro con la scrittura e alla scoperta delle regole grammaticali.
Scoprire significa vedere qualcosa che c'è ma che fino a quel momento non si vedeva [...] se ci soffermiamo a esaminare il processo attraverso il quale ciascuno di noi è passato dal possesso e uso della propria lingua materna alla capacità di riflettere su di essa fino a renderne espliciti i meccanismi che la regolano, vediamo bene che tutto questo non è altro che una scoperta [...]. Tutti abbiamo compiuto questo viaggio di scoperta e tutti (più o meno bene) siamo stati guidati e sostenuti, motivati e stimolati, incuriositi da insegnanti che ci hanno fatto soffermare e riflettere sulle "novità" incontrate durante il cammino.

Un libro sottile (130 pagine) e ben scandito: a una prima parte che presenta alcune nozioni di base (cenni di storia della linguistica e concetti fondamentali della linguistica utili in prospettiva educativa) seguono quattro parti dedicate ad altrettanti livelli dell'analisi linguistica, presentati secondo la progressione naturale dell'acquisizione e del successivo apprendimento della lingua materna: Fonetica e grafia dell'italiano, Testo, Frase (analizzata secondo il modello valenziale), Lessico.

Gli argomenti sono scelti e presentati con cura, senza eccessi di tecnicismo né di semplificazione. L'esposizione è chiara e gradevole, arricchita di esempi efficaci e sempre nutrita di considerazioni sulle modalità per avvicinare i bambini alla riflessione linguistica, oltre che di suggerimenti intorno alle attività più utili per consolidare le competenze di base (lettura, scrittura, comprensione di testi).

Buono studio / buona lettura!



venerdì 19 aprile 2019

Alla scoperta del nucleo della frase (n. 9 La Vita scolastica)


E' uscito il nuovo numero della rivista La Vita Scolastica (online da fine mese).
Da pagina 40 a pag. 55 troverete un percorso didattico che, a passi piccoli e cauti, porta bambine e bambini alla scoperta del nucleo della frase, attraverso attività motivanti che si appoggiano al pensiero narrativo.
Sono attività pensate in crescendo, a partire dall'oralità per arrivare progressivamente alla costruzione del testo scritto e alla riflessione sui testi letti.
Attività che ho variamente sperimentato nelle classi, in questi anni, utilizzando albi illustrati, dadi delle storie e libri ad alette; puzzle e schemi di battaglia navale.
Giochi che si fanno più seri e complessi dalla prima alla quanta: man mano cioè che le abilità di lettura e scrittura sono consolidate e che lo sviluppo del pensiero astratto consente di estrarre dall'esperienza dei testi regolarità visualizzabili all'interno di schemi.
Buona scoperta!


sabato 13 aprile 2019

Sulla punta della lingua (blog di Lavinia Capponi)

Lavinia Capponi è una giovane insegnante con la passione della lingua e della divulgazione linguistica. Ha creato un blog - inizialmente chiamato "Linguistica dei piccoli" e ora ribattezzato "Sulla punta della lingua" - per far conoscere i testi che parlano di lingua ai più piccoli.

Questa è una intervista che ha voluto farmi.
Buona lettura!

lunedì 8 aprile 2019

Fra cinese e italiano (sul libro rosso di ItaStra)



A Palermo si fanno esperienze bellissime. Ce le racconta un libro rosso nato dalla collaborazione tra l'ItaStra (Scuola di Italiano per Stranieri dell'Università di Palermo) e la SISU University di Chongqing.
L'indice del volume, curato da Mari D'Agostino e Vincenzo Pinello con Chen Ying e Yang Lin (italianiste e traduttrici letterarie cinesi), mostra l'ampiezza delle prospettive dello scambio: persone e idee in movimento, studenti in scena, letterature allo specchio.
Ho imparato moltissimo leggendo questo libro e parlando con gli amabili colleghi (Luisa Amenta e Vincenzo Pinello) che me lo hanno offerto: quanto e come si studia l'italiano in Cina, quali sono gli approcci nella didattica del cinese L2 da Matteo Ricci a oggi, come si raccontano i giovani e le giovani cinesi attraverso lo strumento dell'autobiografia linguistica (secondo lo schema proposto da Mari D'Agostino nel volume Sociologia dell'Italia contemporanea), come hanno lavorato e lavorano con la grammatica valenziale e i grafici radiali, sotto la guida esperta di Vincenzo Pinello.

Per l'apprendente cinese, difatti, il modello della verbo-dipendenza risulta particolarmente efficace, capace com'è di colmare sia la distanza di tipo linguistico tra il cinese (lingua priva di morfologia) e l'italiano (lingua dalla morfologia ricca e complessa), sia la diversità dei sistemi scolastici dei due Paesi (che Pinello ha il merito di descrivere rovesciando stereotipi diffusi sia sui presunti ostacoli legati all'apprendimento della lingua italiana da parte di studenti sinofoni, sia sul loro stile di apprendimento).
Partire dalla frase consente agli studenti sinofoni di sfruttare conoscenze sull'ordine basico degli elementi (SVO), che è lo stesso in italiano e in cinese (nonché in una lingua ponte che la/lo studente cinese conosce fin da bambino, come l'inglese); di fare leva sulla trasparenza semantica tipica della propria lingua madre (e sull'abitudine a focalizzare la dimensione semantica della parola) per comprendere la proprietà del verbo di attivare legami che sono semantici e sintattici insieme; di utilizzare le conoscenze sui modificatori del verbo cinese per identificare gli elementi che in italiano modificano il verbo o la frase, e così via.
Di grande interesse la prova di individuazione dei “circostanti del nucleo”, elementi che facilitano fortemente l’apprendimento dell’italiano da parte dei sinofoni, che sia nella lingua madre, sia nella lingua ponte, anticipano ordinariamente i modificatori del nome.

Vedere con quanto rigore e felicità euristica il collega da anni applichi il modello e gli schemi radiali, sfuggendo alla tentazione di deformarne o ibridarne terminologia e modalità di rappresentazione grafica a suo piacimento. Capire fino a che punto ci si possa spingere con apprendenti non madrelingua, arrivando a complessificare le strutture della frase semplice e a ricontestualizzarle nell'enunciato e nel testo... una lezione importante e stimolante per me e per noi. 

E poi il libro si conclude con una splendida intervista a uno dei "miei" poeti, Milo De Angelis, che offre alle studenti cinesi che lo interrogano e a noi che lo leggiamo una limpida lezione sulla lingua poetica e sulla tradizione lirica italiana. Anche di questo ringrazio le curatrici e i curatori.

P.S.: Nel volume si trova anche un ottimo quadro di sintesi sulla riflessione linguistica nell'insegnamento dell'italiano L2/LS e nella classe plurilingue, scritto da Luisa Amenta.

mercoledì 3 aprile 2019

Come se fosse un ritmo (una lettura di Antonio Porta)

Nel 1967 appariva sulla rivista "il Verri" un poemetto sperimentale di Antonio Porta intitolato Come se fosse un ritmo, poi compreso nella raccolta Cara (1969).

Diviso in 9 movimenti, privo di punteggiatura, composto di versi brevi e irrelati scritti su colonne affiancate.
Ogni verso - o la maggior parte dei versi di ogni colonna -  si compone di due parti, ciascuna scandita da un accento forte.
Si tratta di un vero e proprio "spartito di parole", pensato dallo scrittore per una lettura ritmata aperta a vari ordini possibili. Leggerlo come Porta faceva e chiedeva di fare - passando da una colonna all'altra, da una riga all'altra, perfino da una sequenza all'altra, facendosi guidare solo dal ritmo - è un'esperienza emozionante. Specie se la lettura è corale, condivisa. Affidata all'improvvisazione, alla ricerca di una sintonia che viene dall'ascolto reciproco, dal rimbalzo di parole, dalla percussione degli accenti.
Leggendolo, in aula, dopo una lezione dedicata al ritmo nella lirica più tradizionale, ci siamo accorti di una cosa stra-ordinaria.






I versi nascono dall'accostamento di un verbo alla terza persona plurale (normalmente con ellissi del soggetto) e da un argomento del verbo (di solito l'oggetto diretto, ma ci sono anche verbi con soggetto posposto, o seguiti da "complementi" accessori). Frasi minime, insomma, anche se non sempre nucleari.
Ma che importa: una poesia come questa non è fatta per essere smembrata (anche se nasce come assemblamento quasi casuale di frasi) e data in pasto alle analisi nei libri di grammatica.
Quello che conta è aver scoperto che una frase "minima" può funzionare come traccia, come unità di ritmo, oltre che di struttura sintattica. Conta cercare un ritmo, trovarlo con un po' di fortuna e poi seguirlo. Nel battere e levare di mani su un banco, di tacchi al suolo. Nel disordine programmato che qualcuno ha predisposto per noi.

N.B.: Ringrazio Rosemary Liedl Porta, che mi ha teso il testo, guidandomi alla scoperta del ritmo.





lunedì 25 marzo 2019

La perfettibilità del testo (sulla nuova edizione del manuale Prandi-De Santis)

Dopo un anno di lavoro, è arrivata in libreria la nuova edizione del Prandi-De Santis: Manuale di linguistica e di grammatica italiana.

 
 
Ci abbiamo lavorato talmente tanto che di fatto è diventato un libro nuovo.
Scorrendo l'indice si scoprono già molte novità: sono stati aggiunti alcuni capitoli (dedicati alla variazione linguistica, ai concetti di norma e uso, alle strategie di valorizzazione estetica della lingua), altri sono stati accorpati e alleggeriti.
Non solo: tutto il testo è stato rivisto alla luce delle riflessioni che abbiamo maturato negli ultimi anni e degli studi più aggiornati di ambito nazionale e internazionale. Anche la parte dedicata alle strutture sintattiche - che costituisce uno dei punti di riferimento per gli sviluppi italiani della teoria della valenza -  è stata completamente ripensata.
In generale, abbiamo cercato di rendere l'esposizione più compatta, scorrevole, coerente: in accordo con quei principi della testualità che grazie anche a questo libro hanno avuto una più capillare diffusione nel panorama italiano. 
Abbiamo aggiunto finestre di approfondimento (su argomenti di storia della lingua, sulla lingua letteraria, sul confronto con lingue antiche e moderne e con i nostri dialetti, su questioni di politica e di ideologia linguistica). Abbiamo inserito un glossario, utile per chi voglia orientarsi nei termini e concetti di una grammatica rinnovata grazie agli apporti della linguistica moderna.
Il libro rimane il migliore alleato di chi voglia scoprire in modo ragionato "le regole e le scelte" (questo il sopra-titolo delle edizioni precedenti del volume) della nostra lingua, superando sia le aporie dell'insegnamento scolastico, sia le asprezze delle trattazioni più tecniche.
Per avvicinarsi a un uso mobile e responsabile della lingua, lontano tanto dalle rigidità normative avulse da funzioni e contesti, quanto dall'uso piatto e sciatto di chi della grammatica pensa di poter fare a meno. 
 
Un libro che ha fatto scuola all'università, e che speriamo contribuisca a fare migliore la scuola.
 
 

giovedì 7 marzo 2019

La valenza in versi

«La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace» - ha scritto Primo Levi nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati.

Quest'anno ricorre il centenario della nascita di Primo Levi, scrittore e chimico, e insieme si celebrano i 150 anni della Tavola periodica del chimico russo Mendeleev, alla quale è dedicato il romanzo di Levi Il sistema periodico.
Per festeggiarli, sono andata a scovare, in una biblioteca scientifica, un volumetto dimenticato:

H2O famosa formula della sostanza che al mondo trovasi in più abbondanza ossia Chimica in versi in rime distillate per chi a scuola fra atomi e elementi studiò la chimica con pianti e con lamenti.

E' stato scritto da un chimico, Alberto Cavaliere (1897-1967), che negli anni Venti del secolo scorso aveva escogitato questo sistema per superare un esame universitario di chimica. Il testo fu pubblicato da Mursia nel 1926 e poi ripubblicato da altri editori (l'edizione Zanichelli è del 1928, la Signorelli del 1939).

Un testo in versi e in rima è fatto per essere ricordato. Un testo come questo, fatto in maggioranza di quinari (versi leggeri e saltellanti), aiuta col suo ritmo da marcetta a memorizzare termini e formule di una disciplina "ostica" ma centrale nel sistema dei saperi nella prima metà del Novecento (lo stesso periodo in cui fu attivo Lucien Tesnière, il linguista francese che prese a prestito dalla chimica la metafora della "valenza" per descrivere la struttura della frase).



Ecco allora un assaggio di quei versi: senza troppa fatica, pur non conoscendo tutte le leggi della chimica, coglieremo le analogie tra la struttura della materia e la struttura della lingua...

Mercé la formula
s'ha l'espressione
- nella sua chimica
composizione -

d'un corpo semplice
o d'un composto
con cifre e lettere
che, bene a posto

(ossia, nell'ordine
che lor confà),
non solo mostrano
la qualità,

ma pure il numero
dei componenti,
ossia degli atomi
ivi presenti.

Occorre subito
farsi, in partenza,
un'idea pratica
della valenza.

Prendi la formula
HCl
[…].

Poiché combinansi
Qui fra di loro
Uno d’idrogeno,
uno di cloro,

questo significa,
naturalmente,
che il cloro ha
l’atomo monovalente.

Prendi la formula
H2O:
uno d'ossigeno,
due d'H; ciò

in modo t'indica
più che evidente
come l'ossigeno
sia bivalente.
Un’altra formula:
NH3
(vi dico subito
Ch’altro non è

Che l’ammoniaca,
corpo assai noto):
vi son tre idrogeni
con un azoto,

dal che ricavasi
che normalmente
questo suol fungere
da trivalente.
Veniamo in ultimo
a quel metano
Ch’oggi è un autentico
Gas italiano:

son quattro idrogeni
che… in matrimonio
insieme unisconsi
con un carbonio;

il che significa
che qui presente
trovi il carbonio
tetravalente.
Vale la pena ricordare che la valenza chimica non si studia nella scuola primaria, ma a partire dalla media inferiore. Bisognerebbe, anche in questo, saper cogliere le dovute analogie tra la complessità della materia chimica e lo studio scientifico della lingua.


giovedì 21 febbraio 2019

I verbi dell'Infinito (1819-2019)



La poesia più nota e amata della nostra letteratura, impressa nella memoria scolastica di tanti (l'incipit e l'explicit, se non altro), compie 200 anni.
15 versi scritti da un giovane di 21 anni, da poco maggiorenne e con un passaporto appena rilasciato e subito intercettato e stracciato dal padre. 
 
Mi piace festeggiarla proponendo un'analisi dei verbi che ne formano l'ossatura. Tenendo a mente e cercando di dimenticare tutte le interpretazioni che ne sono state date, resistendo alla tentazione di mortificare il senso in una inerte parafrasi.

Un esercizio che ho proposto a lezione e che ora ripercorro qui, rapidamente.






Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani      
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce          
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.





Fu è il primo verbo che si presenta all'ascoltatore/lettore. Un monosillabo, un passato remoto che
colloca in un tempo non solo passato, ma compiuto e lontano, una cara consuetudine (sempre). Il verbo è alla terza persona singolare e fa da supporto all'aggettivo caro (si tratta di un predicato nominale), ma a ben vedere i soggetti sono due: l'ermo colle e la siepe. Solo col primo il verbo (e con il nome del predicato) si accorda: se la siepe esclude lo sguardo, la grammatica esclude la siepe per indugiare nel giardino (questo accordo "di prossimità" è frequente nei testi italiani del passato, specie quando il soggetto è posposto al verbo; lo si ritrova più avanti nel testo, ai v. 10-12: e mi sovvien l'eterno...). Nelle versioni antecedenti, Leopardi oscilla a lungo tra il passato e il presente. Sceglie infine fu, in opposizione aspettuale con il presente acronico (sempre valido) di esclude (ancora una terza persona singolare). A differenza di esclude (verbo bivalente che ha come oggetto il guardo), fu (caro) regge un pronome obliquo, mi, che introduce per via indiretta l'io poetico come beneficiario (oggetto indiretto): "fu caro a/per me".  I verbi accompagnati da un pronome riferito alla prima persona sono, lo vedremo, una costante dell'idillio (la deissi personale, legata all'uso insistente dei pronomi, si accompagna del resto al ricorso alla deissi spaziale, con l'opposizione e il finale ribaltamento referenziale di questo/quello). 
La relazione di antitesi dalla campata più ampia non è tuttavia quella di (caro mi) fu con esclude, ma quella col verso finale, che presenta lo stesso tipo di costruzione (predicato nominale e pronome obliquo): m'è dolce, "è dolce per me".

Sedendo e mirando: ecco la mirabile coppia di gerundi. Verbi di modo indefinito, e come tali "parole" cariche di quella indeterminatezza che Leopardi amava. Verbi che formano un inciso - quasi una panchina su cui indugiare - ma il cui uso richiede il controllo da parte del soggetto, che deve essere lo stesso della frase reggente. Verbi che racchiudono un significato durativo, accentuato nella successiva occorrenza del gerundio, inserito nella perifrasi vo comparando. Leopardi aveva ben chiari questi valori aspettuali del verbo. Annoterà due anni dopo nello Zibaldone (dopo aver osservato la ricchezza in latino di verbi durativi, che chiama "continuativi" perché "significano continuazione o maggior durata dell’azione espressa da’ loro verbi originari"):  


Nostri soli continuativi sono i verbi venire e andare uniti a’ gerundi de’ verbi denotanti l’azione che vogliamo significare, come venir facendo, andar dicendo. I quali modi però hanno meno forza, e meno significazione della continuità, che non ne hanno propriamente i continuativi latini. E dimostrano una languida continuazione della cosa, un’azione più languida, e meno continua, ed anche interrotta; e di più un’azione meno perfetta.  (11 Giugno 1821)

fingo: il verbo fingere ha una lunga tradizione in poesia (si può ricostruire leggendo la voce del TLIO) col significato di 'rappresentare per immagini'. Un autentico dare forma con le parole e quindi col pensiero ("la lingua non è che la significazione delle idee fatta per mezzo delle parole", scriverà nello Zibaldone, p. 3255). Lo stesso Leopardi usa altrove il verbo con questo significato (nelle Ricordanze scrive felicità fingendo al viver mio). Qui, però, Leopardi usa una forma pronominale del verbo: fingersi (come immaginarsi). Almeno se interpretiamo questo pronome come un elemento di appoggio puramente semantico al verbo: come dire 'a mio beneficio' (Leopardi scrive altrove io mi credea); in questo caso, interminati spazi..., e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete costituirebbero l'oggetto diretto del verbo e nel pensier un'espansione.     
 
Ma sono possibili anche altre interpretazioni. Enrico Palandri, per esempio, in un suo libro appena uscito, Verso l'infinito (p. 102) ne suggerisce altre due, legate a una diversa lettura sintattica dello schema del verbo: mi fingo nel pensier, "mi metto nel pensiero (di spazi, silenzio, quiete...)", dove nel pensier è argomento del verbo;  oppure fingo me (col mi anteposto avente valore di complemento oggetto) cioè 'rappresento me stesso mentalmente' (e di questo il cuore avrebbe paura): la terna (spazi, silenzi, quiete) dipenderebbe in questo caso da mirando (inteso come 'avendo davanti') e la virgola dopo il gerundio sarebbe puramente ritmica. Di certo c'è comunque che quel mi dice qui la volontarietà ostinata dell'io senziente: siamo di fronte all'immaginazione attiva del fingersi come più avanti del comparare (verbo trivalente con soggetto espresso: io; un oggetto diretto: quello infinito silenzio, e uno indiretto: a questa voce). Come attivi sono, per tutto l'idillio, i sensi: la vista del mirando che precede, e l'udito dell'odo seguente, che regge come oggetto diretto il vento e insieme l'infinito stormir, di cui il vento diventa soggetto (un infinito che sembra allontanare il vento come causa e prolungarne indefinitamente il rumore). 
Infinito calato in una dimensione sensibile e materiale, dunque, creazione percettiva dell'io che trasforma e integra la visione a partire da uno stimolo uditivo - come Leopardi ribadisce del resto nello Zibaldone (pp. 1025-26):


Sebben l’uomo desidera sempre un piacere infinito, egli desidera però un piacer materiale e sensibile, quantunque quella infinità, o indefinizione ci faccia velo per credere che si tratti di qualche cosa spirituale. Quello spirituale che noi concepiamo confusamente nei nostri desiderii, o nelle nostre sensazioni più vaghe, indefinite, vaste, sublimi, non è altro, si può dire, che l’infinità, o l’indefinito del materiale. Così che i nostri desiderii e le nostre sensazioni, anche le più spirituali, non si estendono mai fuori della materia, più o meno definitamente concepita, e la più spirituale e pura e immaginaria e indeterminata felicità che noi possiamo o assaggiare o desiderare, non è mai può esser altro che materiale: perchè ogni qualunque facoltà dell’animo nostro finisce assolutamente sull’ultimo confine della materia, ed è confinata intieramente dentro i termini della materia. (9. Maggio 1821) 
 I verbi della volontarietà si pongono in antitesi con altri verbi pronominali che esprimono sentimenti o processi interni involontari: lo spavento del cor che si spaura, la memoria involontaria che emerge nel mi sovvien, il perdersi del pensiero che metaforicamente s'annega e fa naufragio.
E sarà bene, a proposito del mi sovvien, non tirare Leopardi per la giacchetta, come fa Davide Rondoni in un altro libro appena uscito, E come il vento, ricorrendo a un antico significato del sovvenire, "venire in aiuto" (ampiamente attestato dal TLIO) per ipotizzare una lettura edificante dell'infinito, inteso come epifania salvifica o rivelazione.  

Arriviamo così all'infinito naufragar, sostantivato (e come reificato) grazie all'articolo il e reso soggetto del verso finale. Un'autentica tematizzazione, anche a livello grammaticale, dell'infinito che dà il titolo all'idillio. Di questo potere Leopardi era pienamente consapevole, come ci ricorda questo brano dello Zibaldone (pp. 1333-34):

Altra gran fonte della ricchezza e varietà della lingua italiana, si è quella sua immensa facoltà di dare ad una stessa parola, diverse forme, costruzioni, modi ec., e variarne al bisogno il significato, mediante detta variazione di forme, o di uso, o di collocazione ec. che alle volte cambiano affatto il senso della voce, alle volte gli danno una piccola inflessione che serve a dinotare una piccola differenza della cosa primitivamente significata. Non considero qui l’immensa facoltà delle metafore, proprissima, anzi essenziale della lingua italiana (di cui non la potremmo spogliare senz’affatto travisarla), e naturale a spiriti così vivaci ed immaginosi come i nostri nazionali. Parlo solamente del potere usare p.e. uno stesso verbo in senso attivo, passivo, neutro, neutro passivo; con tale o tal caso, e questo coll’articolo o senza; con uno o più nomi alla volta, e anche con diversi casi in uno stesso luogo; con uno o più infiniti di altri verbi, governati da questa o da quella preposizione, da questo o da quel segnacaso, o liberi da ogni preposizione o segnacaso; co’ gerundi; con questo o quell’avverbio, o particella (che, se, quanto ec.); e così discorrendo. Questa facoltà non solamente giova alla varietà ed alla eleganza che nasce dalla novità ec. e dall’inusitato, e in somma alla bellezza del discorso, ma anche sommamente all’utilità, moltiplicando infinitamente il capitale, e le forze della lingua, servendo a distinguere le piccole differenze delle cose, e a circoscrivere la significazione, e modificarla; potendo l’italiano esprimere facilissimamente e chiaramente, mille cose nuove con parole vecchie nuovamente modificate, ma modificate secondo il preciso gusto della lingua ec. (17 luglio 1821)

Il verbo e le sue costruzioni al servizio del "capitale della lingua": anche di questo continua a parlarci, l'Infinito di Leopardi.