domenica 8 ottobre 2017

Ammaestrare, istruire, educare

Danilo Dolci in un ritratto di Carlo Levi



Per educare meglio
                               non inizi
dalla grammatica, dall'alfabeto:
inizia dalla ricerca del fondo interesse
dall'imparare a scoprire,
dalla poesia ch'è rivoluzione
perché poesia.
Se educhi alla musica:
dall'udire le rane,
da Bach, e non da pedanti esercizi.
Quando avranno saputo, i tuoi alunni
può una carezza essere infinite
carezze diverse, un male infiniti
mali diversi,
e una vita infinite vite,
arrivando alle scale chiedi le suonino
tesi come una corda di violino
con la concentrazione necessaria
al più atteso concerto.

(Danilo Dolci, da Poema umano, Einaudi, 1974)


Sono grata a Marco Dall'Occa Dell'Orso perché ogni ottobre, sul suo banchetto sotto il tendone allestito a Porta Galliera, trovo libri - usati e dismessi, ma selezionati con la sapienza del bibliofilo - che mi emozionano e mi aprono la mente.
Come il libro di poesie civili, scritto da Danilo Dolci, educatore e uomo d'eccezione, da cui ho citato il testo che precede, e che ben si presta anche a essere applicato alla didattica della grammatica.

Tra le mie trouvailles c'è un altro libro, un saggio stavolta, scritto nel 1962 da Lucio Lombardo Radice, matematico e pedagogista: L'educazione della mente, da cui cito l'inizio di un paragrafo intitolato Gli ammaestrati e gli istruiti (p. 21)

"Il mio a quattro anni, sa già contare fino a venti...".  E il piccolo pappagallo, se ne ha voglia, comincia la filastrocca. Ma se deve aiutare a preparare la tavola, e deve prendere un cucchiaio per uno, si sbaglia. Il fatto è che non sa i numeri: sa i nomi dei numeri, il che è molto diverso.
Risuona in questa parola le lezione del padre Giuseppe Lombardo Radice, Direttore Generale dell’Istruzione Elementare sotto Giovanni Gentile, ispiratore di alcune tesi sull'educazione linguistica democratica, che nelle sue Lezioni di didattica, scritte un secolo fa, ricordava, con Plutarco, che "il fanciullo non è un vaso da riempire, ma una fiaccola da accendere".
Come Danilo Dolci combatteva per dare voce a chi non voce, così Lucio Lombardo Radice si è speso  per promuovere il passaggio da una mentalità magica a quella scientifica, da un sapere dogmatico a un sapere critico.

Più avanti nel libro (p. 216), il principio posizionale del numerare (quello arabo-indiano, opposto al principio additivo dei romani) è accostato alla corrispondenza suoni-lettere nell'alfabeto: anche in questo caso, il possesso strumentale dell'alfabeto (o l'acquisizione rapida e precoce della scrittura attraverso "strumenti pratici" che consentono l'assimilazione meccanica) non contribuisce a quella "educazione della mente" necessaria per essere cittadini consapevoli e affrontare con rigore scientifico l'impresa della conoscenza.

Mi piace riportare anche un'altra osservazione di Lombardo Radice figlio a proposito delle resistenze dell'insegnante di fronte al nuovo - spesso correlate con una forma di aristocraticismo, tipica di chi ha interesse a essere seguito solo dalle "pattuglie più avanzate" (p. 208):

Le novità appaiono difficili a chi ha già una ben determinata struttura mentale e culturale, a chi già conosce le cose in un certo modo; ma sono molto spesso più facili del vecchio, del tradizionale, per chi non sa ancora nulla, per chi deve ancora formarsi una mentalità e una cultura. Le novità, in definitiva, prevalgono perché rappresentano strumenti più potenti e più semplici di quelli in uso precedentemente. Chi ha l'abitudine al vecchio strumento, troverà difficile assuefarsi al nuovo; chi non ha nessuna abitudine, si impadronirà dello strumento nuovo con uno sforzo minore di quello che avrebbe richiesto l'impossessamento dello strumento vecchio. E' il maestro d'abaco che, a suo tempo, avrà trovato il nuovo algoritmo arabo più difficile dell'uso delle tavolette per contare: non lo scolaro.

Algoritmo, appunto: la parola-chiave delle nostre ricerche. La scoperta che fa arrivare alcuni lettori qui, per caso o per serendipità, mentre cercano altro sulla rete.
Mi piace pensare che la valenza sia un po' come l'algoritmo: un concetto fecondo destinato a entrare nel nostro patrimonio culturale condiviso.
 

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