giovedì 28 settembre 2017

Io e la valenza (a Trento)

collier "ri-creazione. oggetti di riuso"


Oggi, ascoltando le relazioni di alcuni colleghi al Seminario trentino "La grammatica delle valenze. Spunti teorici, strumenti e applicazioni", mi sono domandata il perché della mia lunga fedeltà alla valenza.
Mi sono sempre sentita una studiosa guidata dalla curiosità, e come tale inadatta a fermarmi troppo a lungo su uno stesso argomento, così da capitalizzare la fatica che comporta, ogni volta, impadronirsi di un nuovo oggetto di conoscenza e acquistare una certa riconoscibilità nel panorama accademico.
Con la valenziale è diverso. Si dice sempre così, obietterà qualcuno, consapevole che la delusione è sempre dietro l'angolo. Ma intanto, fino a prova contraria, io sono qui a riflettere su questa relazione, condivendo i miei pensieri con noti e ignoti lettori, e lettrici.
Sicuramente hanno contato fattori casuali (rivelatisi causali) come l'incontro con persone significative che mi hanno presa a bottega (Michele Prandi prima, Francesco Sabatini poi) animate da autentica passione conoscitiva e una buona dose di impegno civile. A loro sono debitrice "di temi e di schemi" - per citare le parole di Patrizia Cordin.
Ma mi piace pensare che ci sia qualcosa di intrinseco al concetto di valenza che mi somiglia almeno un po'.
Mentre Heidi Siller-Rungaldier parla della valenza di verbi, nomi, aggettivi, annoto queste parole: "lo stato incompleto, lacunoso" delle parole che chiedono di essere saturate, che richiedono degli "attanti" per portar fuori e mettere in scena il proprio significato. Un continuo stabilire legami, andare e venire, mettere in relazione ruoli con altri ruoli, mettere in prospettiva eventi, con la consapevolezza che ogni punto di vista è parziale e riduttivo, ma non per questo monco. Mi riconosco in questa tensione costante verso l'altro, che a sua volta sarà in attesa (come lo sono i nomi, capaci di denotare in modo indipendente, ma inerti finché non entrano in una frase) di mettersi in gioco.

"C'è poco di autonomo nella grammatica" - ricorda Michele Prandi, nel riproporre la sua idea di grammatica come confederazione, con modi di funzionare diversi a seconda della forza esercitata dai concetti indipendenti (tempo, luogo, causa) cui la lingua (ogni lingua a proprio modo) è chiamata a dare forma: come un pittore di fronte a un paesaggio mobile.
La valenza, in questa struttura così composita eppure coesa, si stacca come "problema, sfida aperta alla grammatica".
  • Perché ci permette di comunicare anche con materiale lacunoso (argomenti sottintesi, incorporati, di default, nascosti o in ombra - nell'elenco fornito da Elisabetta Jezek). 
  • Perché costruisce stampi - gli schemi di frase - in cui possiamo permetterci di calare anche materiale incoerente ("La luna sogna" - come in Baudelaire) entrando così nel territorio della metafora (la figura che risolve in tensione poetica il conflitto tra concetti - ancora Prandi).
  • Perché possiamo sempre forzare i limiti, anche delle strutture apparentemente più rigide (come quelle incentrate su verbi impersonali: piovere negli esempi letterari proposti da Sara Dallabrida), scommettendo sulla possibilità di trovare un soggetto disposto a entrare in relazione per creare nuovi significati.
  • Perché quando guardiamo nei testi e ai contesti, ci accorgiamo della ricchezza, della polivalenza e polisemia delle costruzioni verbali. Così un verbo come transitare, citato come esempio di entrata del Wörterbuch der italienischen Verben da Giovanni Rovere, rivela bene la natura di "continuum" tra costruzioni intransitive bivalenti (che di fatto risultano indirettamente transitive: ci vuole pure un luogo in cui transitare, e una preposizione che faccia da ponte) e monovalenti (la tentazione del solipsismo, il rifiuto orgoglioso della reggenza).
  • Perché quando ci mettiamo nell'ottica di chi apprende - come ho cercato di argomentare - ci spinge a partire dalla frase, dalle unità di significato, per guardare alle parole e ai loro raggruppamenti. Ricordandoci che
c'est d'ailleurs par une pure abstraction que nous isolons le mot de la phrase, qui est le milieu naturel dans lequel il vit, comme le poisson dans l'eau.                                        (Lucien Tesnière, Eléments de syntaxe structurale, Paris 1959, p. 11)
Ecco: un convegno si può ascoltare anche così, entrando in risonanza profonda con la lingua e la sua descrizione scientifica. Rinunciando a fare domande ai relatori per fare domande a sé stessi.
Perché la valenza mi, ci interroga. Ci ri-guarda.

3 commenti:

  1. Mi entusiasmano queste tue riflessioni, perché sono un affacciarsi alla lingua, alla grammatica, con tutto quello che uno è, uno specchiarsi, un riconoscersi nella conoscenza e nell’amore per essa.
    Condivido, come forse puoi immaginare, questa tua visione della valenziale e aggiungo un paragone che a mio parere si connette con leggerezza, ma anche con concretezza, a questo tuo scritto.
    Ho spesso pensato che la struttura valenziale di una frase fosse paragonabile alla struttura di un libro giallo, un giallo d’indagine e letto alla Brecht che amava i gialli perché “mettono il mondo a posto”. C’è un fatto iniziale (che sia delittuoso appartiene al contenuto del genere, non alla struttura): la parola. Ci sono indizi nella lingua che le girano attorno. Gli indizi vanno cercati e organizzati, composti e ricomposti in maniera da ottenere la soluzione: una frase che funziona e che risolve (rigorosamente monovalente nel caso specifico😄) .

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  2. Grazie Donatella, per questa scintilla!
    Rivedrò la mia posizione sui gialli, che di solito mi annoiano perché mi fanno sentire come un cane segugio messo sulle tracce di una lepre morta.
    E invece il mistero non è nel delitto, né nel colore della copertina, ma - quando il giallo è ben scritto e ben tradotto - nella forma che gli diamo con le parole.
    Del resto, nei gialli si trovano spesso esempi di valenze verbali non saturate. Buona caccia!

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